La bici con le rotelle

Vi ho già detto di come io non sia un tipico padre italiano, di quelli che sognano di portare il figlio allo stadio dopo il primo vagito e immaginano lunghe maratone televisive davanti alla televisione per guardare i mondiali …Leggi tutto

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Vi ho già detto di come io non sia un tipico padre italiano, di quelli che sognano di portare il figlio allo stadio dopo il primo vagito e immaginano lunghe maratone televisive davanti alla televisione per guardare i mondiali con birra e rutto libero assieme al proprio pargolo; ma se c’è qualcosa che ho aspettato con ansia e che non avrei mai lasciato a nessun altro al mondo era il momento in cui mio figlio avrebbe imparato ad andare in bici senza rotelle.

Non chiedetemi perché, non c’è un motivo razionale, semplicemente lo reputo un momento fondamentale. Ricordo ancora quando toccò a me, con mio padre che mi spingeva nel vialetto della nostra casa al mare. Ricordo come ero vestito (o almeno ne sono ragionevolmente certo), ricordo i colori, gli odori e l’entusiasmo di quella giornata. E anche lo sguardo di mio padre quando finalmente io riuscii a trovare l’equilibrio. Sono passati più o meno 32 anni, e voglio che questo accada anche a miei figli.

Marco è arrivato al fatidico momento dell’abbandono delle rotelle poco dopo i cinque anni; ormai stufo di girare con quelle ingombranti propaggini che lo bloccavano nelle gare coi suoi amici aveva deciso di imparare, e fissammo per un sabato pomeriggio il giorno X.

Mi preparai in ogni particolare, e dopo aver rispolverato la sua vecchia bicicletta rossa con cui, anche senza rotelle, toccava comodamente, andammo nel vicolo dietro casa per cominciare la lezione.  Come se fossi l’allenatore del ciclista favorito per il Tour de France sfoderai tutto il mio repertorio di consigli tecnici; tieni dritto il volante, guarda davanti, non ti fermare…

Marco aspettò pazientemente ascoltando ogni parola poi, arrivato allo stremo mi disse: Papà, senti, cominciamo?

OK, cominciamo! Misi la mano sul sellino, il mio piccolo Moser diede la sua prima pedalata e…cadde dopo pochi metri!

Lui, che detesta questo genere di cose, disse subito di essere stanco e di voler tornare su, ma l’allenatore non lo permise, lo fece tornare in sella e dopo un’altra decina di tentativi Marco riuscì finalmente ad arrivare più o meno da solo fino alla fine del vicolo.

Quella sera a cena, c’erano anche i nonni visto l’approssimarsi del compleanno di Giovanni, i progressi ciclistici di Marco furono l’argomento che tenne banco e tutti vollero assistere alla seconda lezione che si tenne il giorno dopo al parco.

Nonostante l’entusiasmo generale, Marco non mi sembrava affatto felice e per quanto i nonni si sbracciassero e fossero prodighi di consigli, lui inciampava, cadeva e non faceva una sola pedalata in equilibrio. Fu un attimo, guardai mio figlio negli occhi, lui trovò il coraggio e disse: Voglio solo papà.

I nonni, anche loro dei papà in fondo, si ritirarono di buon grado. Marco mi sorrise e disse: Tengo il volante dritto, guardo davanti e non mi fermo, vero papi? Misi ancora una volta la mano sul suo sellino, corsi con lui per pochi metri e alla fine lo lasciai andare; di corsa verso la sua prima vera pedalata senza rotelle, di corsa verso la sua prima conquista.

Corri mio piccolo campione, spero ti ricorderai di questo pomeriggio anche fra 32 anni. Io lo farò per sempre. Con tutto l’orgoglio di cui sono capace.

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