L’ EXPO con gli occhi di miei figli

Tutti ne parlano e hai letto mille cose a proposito, ma quando guardi attraverso gli occhi di chi ha 5 o 9 anni, scopri che il messaggio più importante di EXPO non è nei padiglioni, ma su un campo da basket.

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Alla fine ho ceduto e, complice l’arrivo da Roma di un’amica coi suoi bambini, nonostante cercassi accuratamente di evitarlo da mesi, la scorsa settimana sono andato all’ EXPO con miei figli. Vista la mia proverbiale e ormai arci nota ritrosia a portarli a visitare un evento che non ritenevo poi così adatto ai bambini, abbiamo quantomeno optato per la visita serale ci siamo presentati ai cancelli poco dopo le 18.30.

Essendo già stato con mia moglie a visitare EXPO quando i pargoli se la spassavano dai nonni, avevo fatto mentalmente un itinerario che prevedeva come prima tappa la visita al Padiglione Zero, quello dedicato, anche, agli sprechi alimentari.

Ammetto che speravo di interessarli con il grande video-wall che manda i prezzi degli alimenti e di fargli capire, grazie alla “montagna” dello spreco realizzata con le riproduzioni di cibo, che se io e loro madre insistiamo per non buttare quello che ogni giorno gli mettiamo nel piatto, non è per insita perfidia genitoriale, né perché facciamo parte della temibile setta segreta dei mangiatori di verdura; insomma, pensavo, il padiglione in effetti ha un bel messaggio, bisogna farglielo vedere.

Ci dirigiamo quindi a passo deciso in quella direzione dove, come se fossero spuntati dal terreno, di botto ci appaiono 3 interminabili serpentoni umani che, tradotti in attesa, volevano dire circa 45 – 50 minuti. Come se avesse percepito delle vibrazioni paranormali, Giovanni capisce la situazione, mi guarda dritto negli occhi, indossa il più irresistibile dei sorrisi e protendendomi le pargolette mani esclama: “Papi, mi prendi in braccio?” Record mondiale, ha segnato dopo appena 4 minuti dall’inizio della competizione.

Mentre io guardavo storto mia moglie e già mi immagino costretto a tragare l’erede sulle spalle per almeno 3 interminabili ore, decido di mettere in atto il piano B, lascio la famiglia in fila e cerco un padiglione meno affollato. Mi viene in aiuto la buon anima di Re Baldovino e sul mio cammino si staglia, nudo da visitatori, il padiglione del Belgio.

Chiamati a raccolta gli altri membri della comitiva, tagliamo il cordone del primo stato, dove ci accolgono con un biscotto. Bel messaggio anche quello di chi ha pensato l’area belga, in sostanza si deve cercare di trovare sistemi produttivi sostenibili o la terra, e tutti noi, ce la vedremo piuttosto brutta. Chiedo ai miei figli se gli sia piaciuto; la risposta è chiara: il biscotto era abbastanza buono, ma piccolo. No, il messaggio non è passato

Seconda prova, Israele. La fila è lunga, ma scorre, e noi genitori rimaniamo in coda mentre i bambini si sfogano e corrono sotto una parete coltivata che dovrebbe ugualmente dare un messaggio importante, ma ai loro occhi è solo un ottimo posto dove giocare a nascondino.

Una volta entrati, un video interattivo comincia a raccontarci il Paese e le soluzioni più ingegnose che ha creato in campo agro alimentare. Giovanni, Marco e gli altri bimbi sembrano più coinvolti, quello che hanno davanti, lo schermo e l’interattività, sono un mezzo e un registro comunicativo che vivono come proprio e, quindi, gli dedicano maggiore attenzione. In effetti è soprattutto ai più giovani che deve passare il messaggio e il come lo trasmetti è già parte del successo. Israele batte Belgio 1-0.

Nel frattempo è ora di cena, ci rifiutiamo di far mangiare pizza o hamburger ai bambini e decidiamo di instradarli alle meraviglie della cucina israeliana. Dopo un entusiasmo che definirei moderato, si cominciano a sentire le prime note che accompagnano lo spettacolo di luci e acqua dell’albero della vita. I bambini si avvicinano quanto più possono e Giovanni, questa volta a ragione, finisce sulle spalle per vedere meglio.
Anche i loro occhi si illuminano e le bocche si spalancano. Quando luci e suono finiscono, Giovanni si gira verso di me e, nonostante i suoi 5 anni, mi sorprende con una frase che non avrei mai pensato potesse dire: “Sai papi, è stato davvero emozionante”.

Rinvigoriti da questo giudizio estatico ci dirigiamo nuovamente sul Decumano, il viale principale, speranzosi di trovare qualche altro padiglione visitabile. Marco si fa incuriosire da quello inglese a forma di alveare, ma gli altri 3 vanno in tutt’altra direzione…quella del campetto da basket organizzato dalla divisione lombarda della Federazione Italiana Pallacanestro.

Noi genitori cerchiamo di far desistere i pargoli dal progetto di abbandonare i padiglioni del mondo a favore di cesto e tabellone, ma non c’è modo di fargli cambiare idea, passa poco e loro stanno giocando con altri bambini e alcuni istruttori e noi guardiamo da bordo campo.

Giocano, si divertono, fanno amicizia, collaborano per raggiungere uno scopo comune. Così vincono la partita, così, se abbiamo fortuna, salveranno questo nostro amato e bistrattato pianeta. Non lo avrei mai pensato, ma il vero senso di EXPO i miei figli lo hanno raccolto su un campetto da basket dove io non volevo farli andare.

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