Io e Giulia

Mia figlia Giulia l’altro giorno ha compiuto 21 anni. Ricordo come fosse ieri l’arrivo all’ospedale San Paolo di Milano, verso mezzanotte, nessuno alla portineria della maternità, sua madre Antonia dolente nella vecchia Punto grigia, la ricerca di un umano …Leggi tutto

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Mia figlia Giulia l’altro giorno ha compiuto 21 anni. Ricordo come fosse ieri l’arrivo all’ospedale San Paolo di Milano, verso mezzanotte, nessuno alla portineria della maternità, sua madre Antonia dolente nella vecchia Punto grigia, la ricerca di un umano nei corridoi illuminati al neon, il suono di voci che venivano da una stanza lontana. «Credo che mia moglie stia per partorire, potete darmi una mano?», infermieri che partono a razzo, Antonia caricata su una sedia a rotelle, l’arrivo della serafica ostretica, la telefonata all’ostretico bastardo pagato a caro prezzo per le sue visite private che aveva promesso di essere presente al parto e che naturalmente non venne….
Insomma, sembrava l’inizio di una tragedia e invece quattro ore dopo, il Topo è venuta al mondo. Povera, questo nome le è rimasto appiccicato addosso da allora. Colpa anche di un Topo rivestito di seta che la segue nel letto ogni notte da quando è nata. Aveva i capelli lunghi, ricci e neri, occhi blu scurissimi. A me sembrava bellissima. Mentre ero in adorazione davanti alla vetrina dove erano esposti i neonati, sento un omone accanto a me che, indicando il MIO TOPO, dice all’amico «Guarda che brutta quella lì, sembra una ragnetto». «Sarà bella la fijia tua» commentai a voce non bassa, senza neanche guardarlo in faccia. L’omone si ritirò contrito, senza fare commenti. Le infermiere l’avevano battezzata Mike Jagger, noi più banalmente Giulia.

Un paio d’anni più tardi quando chiamandola ai giardini attiravamo decine di bambine, capimmo che forse sarebbe stato meglio un nome meno di moda all’epoca. E così venne fuori Topo, marchio di fabbrica che ora lei porta inciso su un cuoricino di Tiffany e io tatuato sotto l’orologio.
In questi 21 anni io e il Topo ne abbiamo passate molte insieme. Quando lei aveva 6 anni la sua mamma è morta all’improvviso, un aneurisma celebrale. Siamo rimasti soli, con tanti amici attorno, e dei bravi nonni. Ma alla fine, la sera, eravamo noi due. Quando liberarono un imprenditore rapito, fu Giulia a dirmi «per Soffiantini devi andare», quando mi chiamarono di notte dall’Ansa per accoglierlo al suo ritorno a casa. Lei aveva seguito accanto a me tutta l’inchiesta, quando parlavo al tefono con il figlio del rapito mentre tornavamo in macchina dalla montagna, mi aveva visto partire all’improvviso per tornare qualche giorno dopo, mi aveva sentito dettare i pezzi al telefono: a sei anni faceva lo spelling delle parole meglio di tanti cronisti che conosco.
Oggi vado a teatro, a vederla recitare: se riuscisse a realizzare il suo sogno di fare l’attrice, come io sono riuscito a realizzare il mio di fare il giornalista, sarei molto felice. I sogni vanno perseguiti, bisogna riuscire a mettergli il sale sulla coda. Non è facile, ma se no che sogni sarebbero?

Damiano e Giulia
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