Io, assassino, sotto gli occhi di mio figlio

Dell’omicidio di una trota salmonata e della contraddittorietà di noi genitori Il piacere nel vedere mio figlio sbafarsi a cena, di gran lena, la trota salmonata che avevamo appena pescato è stato nulla rispetto al senso di inadeguatezza che …Leggi tutto

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Dell’omicidio di una trota salmonata e della contraddittorietà di noi genitori

 

Il piacere nel vedere mio figlio sbafarsi a cena, di gran lena, la trota salmonata che avevamo appena pescato è stato nulla rispetto al senso di inadeguatezza che ho provato qualche ora prima, quando davanti ai suoi occhi l’ho uccisa con una sassata assestata sul cranio, le mani grondanti di sangue e lui, gli occhi fissi sull’animale che si dibatteva al suolo, che sommessamente diceva, ripeteva, senza che riuscissi a dire nulla, «Ma papà, poverina. Vuole tornare in acqua!».

Dopo aver compiuto il mio rituale, reso ancora più abietto dal fatto che l’omicidio è avvenuto in un laghetto dove qualunque bipede (persino il ragionier Ugo) può illudersi di essere riuscito a pescare qualcosa, ho infilato la carcassa del pesce in un sacchetto e ho preso mio figlio per mano senza dire nulla, solo con un sorriso buono.

Abbiamo cercato di distrarci con un aperitivo con birra (per noi genitori) e patatine (per la figliolanza) in riva al laghetto. Ci siamo raccontati, tutti insieme, che lui è stato bravissimo a pescare la trota. Abbiamo pagato e ci siamo diretti verso casa. In realtà, durante il viaggio di ritorno, non ho profferito parola se non qualche domanda di circostanza a mio figlio («Ti è piaciuto pescare, vero Leon?») cui lui, con lo sguardo fisso e pensieroso verso il finestrino, ha risposto a monosillabi, quasi dovesse far piacere a suo padre. Pensavo, mentre mi rombava dal sedile di dietro la chiacchiera di mia suocera, a quante altre volte sarei stato inadeguato come genitore, contraddittorio, capace di precetti educativi («Non si uccidono gli animali») puntualmente smentiti dai fatti, quante altre volte mi capiterà di raccontargli che il pesciolino Nemo viene fatto prigioniero da un uomo malvagio quando quell’uomo malvagio potrei essere io, potrebbe essere chiunque.

Sia chiaro: ho in sommo disprezzo gli animalisti che si commuovono per un animale sgozzato mentre si voltano dall’altra parte quando il telegiornale racconta loro dell’ennesima strage di bambini in Iraq o in Terra santa. Non sono diventato integralista, né vegetariano. Mi chiedo solo quanto tempo ci metteranno i miei figli a scoprire l’inganno, che è poi l’inganno dei genitori ai quali la sorte ha affidato il compito ingrato di educare, di insegnare quello che forse, nella contraddittorietà della vita, non può essere insegnato. Cioè che l’esistenza è crudele, a volte,  che non esistono precetti, né regole, ma solo esempi viventi più o meno sostenibili da seguire, da imitare, fino alla disillusione.

Giunto a casa, prima che mio figlio, sbafandosi la trota, alleggerisse la mia coscienza, ho scoperto che la trota era davvero una trota, per di più incinta, piena di uova rosse nella pancia con cui avrebbe potuto dare seguito alla specie. Avessi almeno scoperto che era una trota maschio, ovvero un trota, mi sarei consolato con una risata sarcastica. Invece no. È stato un duplice piccolo omicidio sotto gli occhi di un innocente.

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