Una concezione austro-russa di giustizia

…che cosa contava infatti, cari amici, uno come noi nella vecchia Russia? Era un insetto, una di quelle mosche che il funzionario affoga nel suo calamaio, un niente, un granellino di polvere sotto la suola dello stivale di un gran …Leggi tutto

…che cosa contava infatti, cari amici, uno come noi nella vecchia Russia? Era un insetto, una di quelle mosche che il funzionario affoga nel suo calamaio, un niente, un granellino di polvere sotto la suola dello stivale di un gran signore.

Eppure, amici, permettete che apra una parentesi, perdonate se vi trattengo: vorrei oggi che noi fossimo ancora quei vecchi granellini di polvere! Non dipendevamo dalle leggi, ma dagli umori. Tuttavia questi umori erano forse più prevedibili delle leggi. E poi anche le leggi dipendono dagli umori. Infatti si possono interpretare. Eh sì, cari amici, le leggi non proteggono dall’arbitrio, perché è appunto con arbitrio che vengono interpretate.

Non conosco gli umori di un piccolo giudice. Sono sicuramente peggiori di quelli della generalità. Non sono altro che miserabile astio. Gli umori di un gran signore, però, li conosco bene. Sono persino più attendibili delle leggi. Un grande, un vero signore che ha il potere di punire e graziare, può diventar cattivo per una sola parola, ma a volte basta anche una sola parola perché ridiventi buono. E quanti grandi signori ci sono stati che non sono mai diventati cattivi! I loro umori erano sempre benigni.

Le leggi invece, cari amici, sono quasi sempre cattive. Non c’è forse una sola legge della quale si possa dire che sia benigna, non c’è sulla terra nemmeno una giustizia assoluta, la giustizia, miei amici, c’è solamente all’inferno!…

Joseph Roth, “Confessione di un assassino”

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