Tutto il bene del mondo oltre il ponte

C’erano una volta due giovani, una ragazza e un ragazzo: di nome facevano Admira e Boško. Erano nati in un paese di monti e foreste e fiumi, e là avevano vissuto tutta la loro breve vita, in una città circondata …Leggi tutto

C’erano una volta due giovani, una ragazza e un ragazzo: di nome facevano Admira e Boško. Erano nati in un paese di monti e foreste e fiumi, e là avevano vissuto tutta la loro breve vita, in una città circondata da cime verdi e boscose e attraversata da uno di quei fiumi. Si erano innamorati a 17 anni; come molti ragazzi a quell’età, o quasi tutti, avevano pensato e si erano detti che il loro amore sarebbe stato per sempre.

All’epoca il loro paese era pacifico e il fiume scorreva placido all’interno della valle, guardata tutt’intorno da quei monti verde scuro, e simili parole erano pienamente legittime. C’era stata una guerra in quelle lande, tanto tempo addietro: uomini vestiti di nero avevano portato via anche il nonno di Boško, che non aveva altre colpe oltre quella di essere serbo. Ma quei fatti erano lontani e irripetibili; e poi erano accaduti in Croazia, non nel paese verde di Admira e Boško, il paese più tranquillo del mondo, quello in cui i due ragazzi continuavano ad amarsi come il primo giorno.

Poi venne la guerra in Croazia. La nonna di Boško dovette lasciare il proprio villaggio, quello in cui aveva vissuto con il marito – tanti anni prima – ed emigrò in Canada, oltre il mare infinito. Ma la Croazia era un’altra cosa; questo dovettero pensare i parenti di Boško e quelli di Admira, che era invece una ragazza di famiglia musulmana, e nessuno di loro lasciò Sarajevo. Così si chiamava la città al centro della valle.

Invece un giorno le montagne si popolarono di ombre e di fuochi. Erano uomini di quella terra, serbi come Boško. Senza motivo, iniziarono a sparare sulla città e a riempirla di morte. Ma Boško non sentiva di essere come loro, e rimase nella valle con Admira.

Ma la guerra spezza tutto. Spezzò la città, le famiglie, spezzò quel paese che pareva perfetto, finché non divenne impossibile, per Boško, restare in quella città: minacciato di morte a ogni passo, accusato di essere uguale ai nemici sulle montagne, quegli uomini cui lui non aveva voluto unirsi. Neanche la guerra, tuttavia, poté fare nulla contro l’amore dei due ragazzi. Decisero di partire insieme e di fuggire insieme – forse al di là del mare, in cerca di un paese tranquillo; com’era il loro, prima che la follia avesse inizio.

Il 19 maggio 1993 lasciarono la città, dopo aver generosamente pagato gli uni e gli altri per quel privilegio. Un ponte, un ponte su quel fiume placido, li divideva dalla possibilità di vivere liberamente il proprio amore, come dei ragazzi normali di qualsiasi parte del mondo. Ma un soldato sparò, poi un altro: Boško cadde per primo. Admira ebbe la forza di trascinarsi verso l’amato e di abbracciarlo stretto. Rimasero otto giorni su quel ponte.

Avevano 25 anni ed erano stati insieme per otto anni. Nella loro vita non avevano conosciuto altri amori. E forse, chissà, sarebbero vissuti per sempre felici e contenti.

Questa non è una fiaba e Admira e Boško non erano eroi: solo banali innamorati capitati in una terra impazzita. Oggi riposano assieme in un cimitero di Sarajevo. Dalle loro tombe si può scrutare il caffè in cui si corteggiarono, e forse osservare le coppie che sono tornate a sedere assieme ai tavoli, oggi che la guerra è finita, oggi che il fiume è tornato placido.

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