Teoria e prassi della marginalità

Anche quest’anno, come tutti gli anni, mi sono scordato del 18 luglio; e sì che sono abbastanza fissato con gli anniversari, ma quello niente, non mi entra in testa. Che poi il 18 luglio, come anniversario, non sarebbe un granché, …Leggi tutto

Anche quest’anno, come tutti gli anni, mi sono scordato del 18 luglio; e sì che sono abbastanza fissato con gli anniversari, ma quello niente, non mi entra in testa.

Che poi il 18 luglio, come anniversario, non sarebbe un granché, di per sé: si tratta di una piccola battaglia, combattuta 390 anni prima di Cristo, fra le forze della Repubblica Romana e le orde dei Senoni, popolo celtico che poi si sarebbe fermato fra Marche e Romagna, in posti che io chiamo “casa”. Il che fa di me un Senone; e i Senoni vinsero quella battaglia. Poi entrammo in Roma, trovammo delle oche, insomma la cosa si fa confusa e non è il caso di parlarne qui.

Perciò io, dal punto di vista simbolico e territoriale, se non proprio da quello etnico (e d’altronde i simboli e la terra, con i ricordi che si portano dietro, sono cose ben più chiare e significative del sangue di venticinque secoli fa), a quella remotissima vittoria dovrei tenerci: sono un Senone, che diamine, e noi Senoni non abbiamo altre vittorie da ricordare. Ad essa sono seguite le inevitabili sconfitte che ogni popolo minore subisce di fronte a quelli baciati dal destino; e dopo di allora siamo scomparsi dalla storia, e uno, nel 2013, può ragionevolmente vivere senza pensare a noi, ed essere convinto – nel caso, qualora uno dovesse fare il nostro nome desueto – che non esistiamo più.

Invece ci siamo, e ci scordiamo le cose.

Probabilmente, se ci penso, è perché le vittorie non ci appartengono; diciamolo francamente: stonano. Chi può credere che fummo vincitori, un tempo, che fummo seminudi, arroganti, ebbri di vino e di gloria? Noi siamo i primi a non crederci, visto che ci conosciamo. Ma badate: non voglio fare della trita e orrenda retorica della sconfitta. Quella brutta pornografia, fatta di vittimismo, di recriminazioni a mezza bocca, di un passato abbellito, inventato o mitizzato…: tutta quella paccottiglia non mi piace, non mi ci riconosco e non fa per me. Alla retorica della sconfitta contrapporrei semmai la pratica del margine. Un popolo minore, come il mio, arrossisce al pensiero delle proprie passate vittorie, non ci crede granché e fa di tutto per non rivangarle (il trionfo è sempre volgare, oltretutto); quanto alle sconfitte, è passato tanto di quel tanto che abbiamo dimenticato anche quelle, se ne abbiamo avute, e non ne vogliamo più a nessuno; ci resta solo la nostra posizione defilata e un po’ in montagna, tipica di chi è fuori della Storia, da cui osserviamo le pianure e le città in cui si affollano i vincitori. Lo facciamo con benevolenza, sia chiaro: ma a volte uno, riflettendoci, si accorge che le cose, a guardarle da fuori, sono spesso più chiare e più comprensibili. E ci illudiamo allora di poter essere ancora utili e di avere ancora una coscienza.

Certo, il passo successivo, se si vuol essere persone civili, sarebbe quello di mettere a frutto quelle visioni chiare e di tornare in mezzo alle persone, invece di starsene lì ad osservare senza dire nulla (al limite con un mezzo sorriso, di cui non si capisce assolutamente il motivo); ma per questo, a Dio piacendo, c’è sempre tempo.

© Riproduzione Riservata

Commenti