Se son braci bruceranno

Novembre è un mese doppio. Io ci sono nato, è il mio mese e dentro di esso mi sento in qualche modo a casa; perciò lasciatemi dire, anche se sono discorsi strani. Novembre è il mese chiaro per eccellenza, quello …Leggi tutto

Novembre è un mese doppio. Io ci sono nato, è il mio mese e dentro di esso mi sento in qualche modo a casa; perciò lasciatemi dire, anche se sono discorsi strani.

Novembre è il mese chiaro per eccellenza, quello in cui l’aria, spesso, è limpida come una gemma; lo si sa, l’hanno notato e scritto tutti i poeti. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la cosa è ugualmente godibile in città come in campagna; anzi, ci sono certe città italiane, fabbricate di pietra chiara o di mattoni antichi, che sembrano concepite apposta per esaltare quel cielo incomparabilmente terso e puro – e magari lo sono, non saprei. In quel nitore e in quella precisione ogni pensiero si fa più acuto e penetrante, e uno ha quasi la tentazione di sentirsi intelligente; per fortuna noi nati di novembre ci conosciamo e sappiamo come siamo fatti: ci vogliamo bene ma non ci lasciamo raggirare da noi stessi, e guardiamo ai nostri vizi con un sorriso canzonatorio.

E poi c’è il novembre brumoso, di cui invece i cittadini non possiedono la piena contezza. È un mese fosco, caliginoso, dai contorni spesso indefiniti; e se uno non ha un vero orizzonte non capisce quanto a volte questo si limiti e si nasconda (sembra un paradosso logico, ma è più logico che paradossale, a ben vedere). Il verde di novembre è cupo e spugnoso; e non si può stabilire se le piante respirino quella nebbia o se invece siano loro a produrla.

È ovvio che trovarsi in un clima indefinito porti l’essere umano a farsi dubbioso, meditabondo, e lo conduca alla fine a pensieri e dilemmi che non possono essere sciolti, perché nessuno sa descriverli con certezza. Tipicamente, sono cose passate, colpe minori con responsabilità dimenticate o ambigue e dinamiche mai precisate. Quel genere di cose, insomma, che covano nei recessi, per poi affiorare in superficie; ma senza violenza, bensì, come in un libro di Márai, per semplice e inevitabile necessità. Perché l’uomo vuole indagare se stesso e i propri rapporti con gli altri uomini, e quello che indaga è per forza di cose ciò che non capisce. Anzi, Márai forse sarebbe stato parzialmente d’accordo, l’uomo è ciò che di sé non capisce; o perlomeno ciò che non sa dire, e perciò ricerca.

In una simile sera brumosa, con una testa ugualmente nebulosa, mi sono trovato a tornare a casa. Pioveva. Potevo aspettare che spiovesse, prendere un taxi o un autobus, comperare un ombrello; ma ho deciso di andare a piedi, con il capo scoperto, e l’ho fatto forse per via di certi pensieri che volevo smorzare.

Arrivato a casa, non ho fatto subito la doccia; ho lasciato passare del tempo, prima di tornare a scaldarmi la testa e il corpo. Ma senza la presunzione di compiere atti definitivi o chissà quanto importanti: quel che deve tornare tornerà, e non c’è d’altronde alcun motivo di fuggire.

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