Regionale via da Recanati

Oggi, 17 ottobre 2012, compie 36 anni Fabri Fibra, noto rapper di Senigallia (AN). Perché me ne occupo su questa rubrica? Che senso ha questa nota? La questione è che, a mio parere,  il senigalliese Tarducci è un grande marchigiano: …Leggi tutto

Oggi, 17 ottobre 2012, compie 36 anni Fabri Fibra, noto rapper di Senigallia (AN). Perché me ne occupo su questa rubrica? Che senso ha questa nota? La questione è che, a mio parere,  il senigalliese Tarducci è un grande marchigiano: la sua marchigianità è cioè una delle caratteristiche più evidenti e forse quella che più influenza la sua produzione artistica (che è ormai abbastanza vasta e riconoscibile per poter essere analizzata). Ed è verosimilmente la prima volta che idee e messaggi di indole e provenienza così squisitamente marchigiane acquistano un tale credito presso il cosiddetto “grande pubblico”.

Un certo moralismo provinciale (ove moralismo non ha affatto le connotazioni negative che tendono a dargli i tempi moderni, ma indica semplicemente un’etica e un ben preciso habitus mentale) è la caratteristica più sostanziale dell’opera di Fabri Fibra. Ciò è particolarmente presente nei suoi album più di contenuto che di stile, ossia “Turbe giovanili” e, soprattutto, “Mr. Simpatia”. In essi Tarducci si rivela giovanilmente ribelle alla famiglia, al lavoro, a certi obblighi personali; ma non all’ambiente di provenienza, non, per così dire, al sangue. Dice Guido Piovene di Leopardi, nel “Viaggio in Italia”: “Sebbene intellettualmente ribelle, Leopardi vi restò legato nel sangue, e lo dimostra il suo fastidio per la società e le idee dominanti nella metropoli, per l’aristocrazia e per la cultura romana”. Bisogna qui sostituire Roma con Milano, e la cultura romana dell’epoca con il liberalismo-libertinismo che è la dottrina dominante della nostra epoca e che in Italia scintilla specialmente nelle vetrine milanesi; fatta questa sostituzione, il discorso fila magnificamente. Ah, già, anche Leopardi con Fabri Fibra.

Ma voglio per caso paragonare Giacomo Leopardi e Fabrizio Tarducci? Sì, no, forse. Sulla questione mi terrò vigliaccamente sul vago.

(C’è da dire comunque che “La mia città la giri al massimo in venti minuti” può far tornare alla memoria il “natio borgo selvaggio”).

Un’altra manifestazione della marchigianità di Fabri Fibra è la sua assoluta mancanza di ironia: perlomeno nella sua interpretazione, tanto di moda oggi, di vezzo proprio di chi sa o sente di valere molto. Essa non ha nulla a che fare con l’autoironia e con il sarcasmo scettico frequentissimi nelle rime di Tarducci. Questi atteggiamenti sono d’altronde tipici della modestia obbligatoria, connaturata alle Marche e alla loro anima classica; quella modestia, se uno vuole, propria di chi si trova le siepi davanti al panorama del sublime, e tuttavia poeta lo stesso, perché tanto. Altra caratteristica comune all’artista senigalliese e al recanatese è il gusto del lamento contro l’infausta sorte umana e contro il secolo superbo e sciocco; che sono poi falsi pessimismi, tipici di quei moralisti che credono in fondo che le cose degli uomini possano e debbano andare meglio e che sia in noi la forza e l’afflato divino che consentono di vivere bene e civilmente.

E qui termina questo ardito parallelo. Chiedo scusa fin d’ora alle professoresse di italiano che si dovessero trovare a leggere scemenze pseudo-interpretative stimolate in qualche modo dalle assurdità che ho appena suggerito; se lo segnalerete per tempo alla redazione di Panorama prometto che vi pagherò un caffè in un baretto carino che sta in Piazza del Duca, a Senigallia, e che non ha orizzonte per via della Rocca Roveresca che esclude ogni vista.

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