Porti

Sono nato in collina, però mi piacciono le città di mare. In particolare mi piacciono i porti, che sono poi ciò che differenzia una vera città di mare da una cittadina qualsiasi sorta per caso lungo una costa. Mi piacciono …Leggi tutto

Sono nato in collina, però mi piacciono le città di mare. In particolare mi piacciono i porti, che sono poi ciò che differenzia una vera città di mare da una cittadina qualsiasi sorta per caso lungo una costa. Mi piacciono i porti nonostante non ne abbia mai visto di veramente gradi e trafficati: o forse è proprio per quello, ché può darsi benissimo che la prosaicità dell’attività e del guadagno ammazzino quanto c’è di romantico in uno scalo tranquillo e pieno solo a metà, con l’acciaio delle navi che riflette il sole, come uno specchio ustorio.

Ricordo abbastanza bene, anche se sono lontanissime nel tempo, le mie prime volte al porto (quello di Ancona). Una volta mi portò mia madre, credo, a vedere l’Amerigo Vespucci, e fu forse uno dei fattori scatenanti del mio indugiare, parecchi anni dopo, fra iscrizione a Scienze Politiche e Accademia Navale (poi presi la decisione sbagliata). Ma vi assicuro che quel legno è bellissimo e avrebbe fatto innamorare chiunque.

Un’altra volta andammo con la mia scolaresca delle elementari: in quei giorni era ancorata non so quale unità della Marina, e volevano farcela visitare. Della nave ricordo poco: forse solo le torrette con i cannoncini (non era un grandissimo scafo), e l’impressione di gelo che dava quel metallo grigio, benché, mi pare, non facesse poi tanto freddo. Invece ho precisa memoria delle chiacchiere con degli anziani anconetani che, forse scherzando, raccontavano dell’arrivo – tempo prima – di una nave cinese e di come aj’Archi [il rione del porto] erane spariti tuti i gati.

Quella, credo, fu la prima volta che incontrai la globalizzazione. E lo stesso vale per i gatti degli Archi.

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