Ponti

In questo blog capiterà spesso di trattare di date e ricorrenze: questo sia per la mia personale sensibilità di storico, sia per il legame stretto e febbrile che hanno con la memoria alcune delle terre di cui più spesso mi …Leggi tutto

In questo blog capiterà spesso di trattare di date e ricorrenze: questo sia per la mia personale sensibilità di storico, sia per il legame stretto e febbrile che hanno con la memoria alcune delle terre di cui più spesso mi trovo a scrivere.

In altre parole, ci sono date che voglio ricordare, e altre da cui non si può prescindere.

Il massacro di Srebrenica, avvenuto tra 9 e 11 luglio 1995, ha a che fare con entrambe le categorie: appartiene alla storia recente dell’Europa, gigantesco e indicibile, ma sta anche nella vita di tutti noi che, increduli, l’abbiamo visto succedere attraverso i nostri media e spesso attraverso gli occhi sgomenti di amici ex-jugoslavi. La città di Srebrenica sorge in un angolo estremo della Bosnia, quasi al confine serbo; e anche cronologicamente e simbolicamente il macello avvenuto in quella città chiude la stagione delle guerre jugoslave. In qualche maniera, il massacro di Srebrenica – di una gravità che non ha paragoni con gli altri crimini della ex Jugoslavia – è l’acme inaspettato e inspiegabile di una guerra, quella in Bosnia, totalmente irrazionale e per certi versi impossibile (un conflitto etnico in una terra tanto mista?): somiglia all’ultimo, orrendo getto di pus di una ferita infetta. Dopo di allora, il conflitto termina rapidamente, quasi svuotato di senso e di forze.

Ma luglio conserva anche un’altra memoria: il 3 luglio di quello stesso 1995 si uccideva Alex Langer. Gli ultimi anni della propria vita li aveva dedicati soprattutto alla Bosnia e alla ex-Jugoslavia: proprio recentemente mi è tornato in mente, quasi per caso, il suo impegno da “costruttore di ponti”: un’attività, se uno ci pensa, molto bosniaca.

La Bosnia, infatti, è solcata da fiumi profondi e veloci, sul fondo di valli strette e scoscese, il che rende la costruzione di ponti una necessità e insieme un fatto quasi epico: non a caso restano nella storia e nella mitologia di quella terra il Ponte vecchio di Mostar, sulla Neretva, o quello sulla Miljacka, a Sarajevo, dove fu ucciso Francesco Ferdinando. Ma il più noto e il più simbolico di tutti è il ponte sulla Drina, a Višegrad, di cui scrisse Ivo Andrić. In Andrić il ponte si svela per le sue peculiarità bosniache: un’opera bella, utile e necessaria, ma anche un’imposizione. Solo un potere forte può costruire un edificio tanto ambizioso; ma ogni potere, nei Balcani, è un’ingiustizia e una violenza (non esiste da loro il mito di un impero etico e di un pontifex, appunto, votato al Bene). Il ponte sulla Drina nasce sul dolore e la sottomissione dei cristiani; questo ne segnerà per sempre la vita. E in generale ogni potere balcanico è un arbitrio ai danni di qualcun altro, tanto più evidente, meschino e brutale dopo la fine dei grandi arbitrî imperiali.

Che voglio dire con questo? Che Langer aveva torto e che non ha senso costruire ponti in Bosnia e nei Balcani, che tutto là dev’essere lasciato alle proprie logiche immutabili? No, dico che aveva ragione lui quando scriveva con indignazione, nel 1992, della difficoltà e della lentezza con cui l’Europa occidentale si preparava ad accogliere l’Est ex-comunista. Quello che è mancato ai Balcani, infatti, quello che in fondo ha reso possibile Srebrenica, è la mancanza di un potere giusto, di ponti costruiti non col sangue dei sottomessi, ma uniti da una volontà comune e da un ideale, o quantomeno un orizzonte più vasto. Quel potere sarebbe potuto essere l’Europa, che, per Langer, “muore o rinasce a Sarajevo”.

Ad Alexander Langer, europeo a tutto tondo come può esserlo solo chi ha nelle vene sangue austriaco, il destino, se non altro, ha evitato Srebrenica e la risposta a quel dilemma.

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