Minimo compendio dell’universo

Avere a che fare per lavoro con la città di Ancona, e in particolare con la sua parte più varia e rappresentativa dell’intero emisfero regionale marchigiano, ossia quella dei mezzi di comunicazione e dei giornali, è un piacere sfizioso e …Leggi tutto

Avere a che fare per lavoro con la città di Ancona, e in particolare con la sua parte più varia e rappresentativa dell’intero emisfero regionale marchigiano, ossia quella dei mezzi di comunicazione e dei giornali, è un piacere sfizioso e raffinato, un cioccolatino (belga o svizzero).

Uno – ché poi quell’uno sarei io: ma non vorrei personalizzare – ha ad esempio un elenco di numeri e li chiama tutti. Essendo numeri siti nella città di Ancona, hanno tutti lo stesso prefisso; al primo risponde una voce pienamente e apertamente anconetana, che non sa aiutarti ma che, con quel modo affettuoso di essere burberi che hanno gli anconetani, ti domanda se può esserti utile in qualche altra maniera, per esempio dicendoti il risultato dei biancorossi (che, una volta tanto, hanno vinto). A un altro telefono, che disterà dal primo qualche centinaio di metri, risponde un fermano dal tono cupo, il quale però funge solo da centralinista; e la voce che ti viene passata ha invece il ritmo sincopato e le finali deboli dei senigalliesi, venticinque chilometri dal capoluogo ma un’altra razza, un altro mondo. Poi fai una terza chiamata e stavolta gli interlocutori sono tutti ovviamente e pesantemente maceratesi, tanto che ti domandi se per caso non hai chiamato Recanati (può essere, il prefisso è lo stesso). E di nuovo così, con altri anconetani dalla parlata strascicata, dei pesaresi che iniziano già a sbagliare le vocali come dei padani fatti e finiti, e qualche ascolano (sono marchigiani anche loro; la Legge lo conferma).

Mentre parla e segna quel che deve segnare e porta avanti il suo lavoro, quell’uno (io) gusta ogni momento di ciascuna conversazione e si gode le diversità di ogni ufficio e di tutte le redazioni, e pensa: questa è gente che vive e lavora insieme, conseguentemente mangia insieme, si ama e si sposa e mette al mondo dei figli, in questa caricatura di melting pot che è la città di Ancona e l’assurda regione centroitaliana con il nome al plurale. Se quell’uno volesse trarre chissà che lezione dalla cosa, magari direbbe: forse era inevitabile, in una città che è nata bastarda e che poi per secoli si è ritrovata chiusa e ristretta in angusti e confini, che ci si inventasse qualcosa per sentirsi di nuovo porto, bazar, rutilante città di mare; e questo qualcosa è il teatrino in maschera amabilmente concesso dalle Marche al proprio capoluogo, nel quale ognuno recita se stesso, ognuno mantiene i propri panni buffi e un po’ ridicoli, al solo scopo di ricreare in una piccola città che sarebbe condannata all’uniformità culturale una finzione di universalismo, un cosmopolitismo di provincia pensato e messo in scena da gente che è divisa al massimo da qualche decina di chilometri e che ha gli stessi cognomi, gli stessi piatti, lo stesso sangue.

Io, da parte mia, non mi arrischio a tanto.

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