Manca

Ci sono date e date. Alcune, magari anche molto significative e importanti, vengono in mente di rado, di solito quando si celebra un anniversario o quando capita un evento discretamente eclatante che si ricolleghi ad esse, oppure quando ci fanno …Leggi tutto

Ci sono date e date. Alcune, magari anche molto significative e importanti, vengono in mente di rado, di solito quando si celebra un anniversario o quando capita un evento discretamente eclatante che si ricolleghi ad esse, oppure quando ci fanno su un bel convegno, pieno di interventi acuti e interessanti e con un buffet come si deve; altre date, invece, uno le ha sempre presenti, magari per la semplice circostanza che uno guarda l’ora su un orologio digitale, e ormai sono tutti digitali, e sono le 14:53. A me capita così, per esempio.

Il 29 maggio del 1453 cadeva Costantinopoli, la Roma buona (quella con un’etica e senza schiavitù, o comunque molta meno); da allora, anche se in effetti non c’ero, mi pare di avvertire una mancanza. La mancanza di cosa? Non tanto dell’idea che Bisanzio incarnava, quella di un impero cristiano universale, a cui non sono particolarmente affezionato e che comunque era già presente in Occidente nell’opera di qualche papa e qualche sovrano germanico, e che avrebbe avuto un secolo più tardi la sua più grande e ultima espressione in Carlo V; né, sebbene la questione esista e sia drammatica, mi addolora il fatto che sparita Costantinopoli sia stata cancellata, quasi damnata, una enorme eredità culturale e storica custodita dall’Europa orientale, e che quest’ultima sia stata trattata per secoli da periferia incolta e devastata del continente, quando in realtà ha vantato per mille anni o quasi una indiscussa preminenza in svariatissimi campi.

Quello che amo di Bisanzio, e che dunque mi manca e per cui provo nostalgia (si può benissimo provare nostalgia di cose mai conosciute, e troppo grandi per essere personali), sono le peculiarità della sua millenaria esistenza: il suo essere e sentirsi Roma senza tenere conto della geografia (o l’essere latini parlando greco), l’impressione di inevitabilità di ogni evento che vi avesse luogo (solo così si spiega come possa parere ieratico e immobile un impero in cui tutto era brutale e impulsivo), soprattutto il suo situarsi nella storia restandone al di fuori, giacché l’Imperatore – senza per questo essere un religioso – è un vicario di Cristo, ed è solo in luogo e in attesa del Pantokrator che egli occupa il trono.

In definitiva, dell’Impero d’Oriente colpisce e affascina la radicale alterità, che è tale, per noi, da risultare perfino astratta e pochissimo comprensibile. Ed è vero, allora, che la faccia attuale dell’Europa e gli sviluppi degli ultimi secoli nascono dalla Riforma, o dalla pace di Westfalia, o dal successo degli Stati-nazione; queste sono tutte affermazioni vere e incontestabili; ma è vero anche, io credo, che il 29 maggio del 1453 è come se si rompesse uno specchio: come se l’Europa perdesse un proprio doppio fedele e diverso, sicché da allora tutti i fatti di questo continente – comprese le guerre più aspre e le divisioni più profonde – si sono svolte in una sola dimensione, ampia e complessa quanto si vuole, ma forse più povera e orfana di qualcosa che non sarebbe mai più potuto accadere.

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