L’evoluzione

Nei giorni scorsi la stampa ultranazionalista croata, con il successivo concorso dei soliti volenterosi utenti di Internet, ha rivolto minacce non troppo vaghe allo scrittore e saggista italo-croato Giacomo Scotti. Non è questa la sede per riassumere la produzione vastissima …Leggi tutto

Nei giorni scorsi la stampa ultranazionalista croata, con il successivo concorso dei soliti volenterosi utenti di Internet, ha rivolto minacce non troppo vaghe allo scrittore e saggista italo-croato Giacomo Scotti. Non è questa la sede per riassumere la produzione vastissima e pluridecennale dell’ormai ottantacinquenne Scotti: basti ricordare, dal lato letterario, la sua opera di traduzione di decine di autori ex-jugoslavi; dal lato storiografico, i suoi lavori sulla seconda guerra mondiale e le foibe, su Goli Otok (l’isola del Quarnero in cui venivano rinchiusi gli oppositori di Tito), sulle guerre civili jugoslave degli anni Novanta. Questioni in cui, com’è noto, “vittime” e “carnefici” cambiano di volta in volta e più volte nella stessa vicenda, ammesso che sia sempre facile o possibile – e sopratutto sensato – individuarne: difficilmente, dunque, si può individuare in Scotti una visione preconcetta o una tesi già bell’e costruita.

Quelli che l’hanno chiamato “bastardo italo-serbo”, auspicando che si facessero definitivamente i conti con lui, non l’accusano perciò di vedere o denunciare solo i crimini della Croazia indipendente; vedono invece che Scotti ha denunciato anche quei crimini, e tanto basta per diventare un nemico, in certi ambienti.

La solidarietà a Giacomo Scotti è scontata. Ma non è questo punto.

Diversi osservatori sostengono che l’ultranazionalismo croato abbia rialzato la testa negli ultimi mesi, dopo la sentenza del Tribunale dell’Aja che ha assolto il generale Gotovina, accusato di atrocità contro la popolazione civile della Krajina (regione della Croazia in cui la popolazione serba aveva proclamato una entità ribelle). Le minacce a Scotti rientrebbero perciò in uno scenario più generale, che vede il ritorno trionfale alla ribalta di forze che parevano ormai marginali. In un certo senso, la notizia è che un nazionalismo balcanico, da sempre germogliante nella carcassa delle sconfitte e dei vittimismi, abbia tratto alimento da una indubbia vittoria. Era tempo che i Balcani, d’altronde, si allineanessero all’Europa.

(Nel frattempo, dopo mesi di gelo, i primi ministri di Serbia e Croazia, Dačić e Milanović sono tornati a incontrarsi, riprendendo quel percorso notevole che era stato compiuto negli ultimi anni fra due paesi largamente complementari. E questo, appunto, nonostante il colpo alla pace e al dialogo dato dalla citata sentenza dell’Aja. L’impressione, paradossale ma dannatamente seria e tragica, è allora questa: che la comunità internazionale, che per anni ha fatto poco, sia ora un fattore addirittura negativo nella rincorsa alla pace e alla normalità nell’ex Jugoslavia).

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