Il sole non sorge più ad Est, cap. IV

L’altra volta abbiamo detto di come la repressione della rivolta ungherese del ’56, fatta non sull’onda emotiva di una minaccia più o meno reale, bensì come risposta meditata e dibattuta, abbia trasformato l’Unione Sovietica e soprattutto la percezione che di …Leggi tutto

L’altra volta abbiamo detto di come la repressione della rivolta ungherese del ’56, fatta non sull’onda emotiva di una minaccia più o meno reale, bensì come risposta meditata e dibattuta, abbia trasformato l’Unione Sovietica e soprattutto la percezione che di essa si aveva all’estero, specie fra i suoi possibili simpatizzanti; quello che accadde all’Ungheria fu, per certi versi, opposto.

Il paese danubiano perse nel 1956, oltre a una considerevole quota di popolazione che preferì riparare all’estero nei momenti convulsi dell’intervento sovietico (un’eco di quell’emigrazione appare nell’opera di Agota Kristof; in Ieri più che nella Trilogia della città di K., che invece contiene righe bellissime sui “rimasti”), l’illusione della sovranità. La reazione, apparsa evidente a chi visitò l’Ungheria nei decenni successivi e avvalorata anche dagli sviluppi post-comunisti, fu una cristallizzazione; il regime socialista post-1956, che pure fu relativamente morbido e aperto (ma la classe dirigente locale non poteva più avere credibilità), governò un paese addormentato, bloccato.

Ma giudizi simili sono stati dati su altri paesi del blocco socialista; eppure l’Ungheria, a differenza della Polonia o della Cecoslovacchia, non ha aderito con entusiasmo alla febbre atlantica e capitalista degli anni Novanta, non ha guardato – per così dire – ai valori occidentali come all’etica dei liberatori. Il popolo ungherese, anzi, sembra aver imboccato una via propria e peculiare, non priva di tratti inquietanti, volta a esaltare una sovranità sacra e intoccabile e un culto della nazione che a noi pare anacronistico, giacché si rifà essenzialmente a criteri ottocenteschi su cui, da noi, si ride (non sempre a ragione).

È come se il 1956 continuasse a vivere sotto forma di trauma: quella rivoluzione, patriottica più che nazionalista, anti-regime più che anti-comunista, deve aver lasciato agli ungheresi – già solitari per motivi geografici, culturali e soprattutto linguistici – il senso di un tradimento e una diffidenza per le dominazioni esterne, anche quando si presentano come benefiche, che non accenna a venir meno.

Ma forse l’auto-isolamento e la chiusura degli ungheresi, amanti sinceri e appassionati della cultura occidentale e in particolare di quella italiana, è il segno della debolezza attuale dell’Europa e della sua incapacità di elaborare un modello in cui i suoi popoli possano infine ritrovarsi.

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