Il curioso caso del Nobel malvagio

E dunque Vladimir Putin è stato ufficialmente candidato al premio Nobel per la pace, in buona sostanza per la sua azione durante la crisi siriana delle passate settimane. Si tratta di una candidatura giustificata? Personalmente direi di sì, dato che …Leggi tutto

E dunque Vladimir Putin è stato ufficialmente candidato al premio Nobel per la pace, in buona sostanza per la sua azione durante la crisi siriana delle passate settimane. Si tratta di una candidatura giustificata? Personalmente direi di sì, dato che l’attacco statunitense-francese alla Siria avrebbe potuto aprire scenari di difficile gestione (oltre a causare in sé gravi conseguenze umane e politiche) ma non è questo il punto. E non è neanche in discussione la paternità della strategia russa sulla Siria, certo orchestrata nei dettagli dall’abile ed esperto ministro degli Esteri Lavrov, ma decisa da Putin o quantomeno dal suo gruppo di potere.

Quello che mi colpisce, semmai, è come le numerose critiche alla candidatura siano riassumibili in “Ma come può Putin vincere un Nobel per la Pace? È Putin!”, benché le motivazioni dietro la candidatura siano come detto assolutamente chiare e precise e riguardino la gestione dell’affaire siriano. In sostanza, il passato del presidente russo – per ciò che riguarda soprattutto la Cecenia (un campo, questo, peraltro molto controverso) e i modi autoritari o dittatoriali dimostrati in alcune questioni interne – escluderebbe in ogni caso una sua “redenzione”.

La cosa non stupisce quando proviene dai media anglosassoni, che hanno motivi storici, strategici e culturali per assumere una tale posizione (dalle evidenti motivazioni di rivalità politica, all’abitudine ormai più che secolare alla russofobia, fino al lascito puritano della predestinazione: per cui che valore hanno il tempo e i rapporti di causa-effetto di fronte alla pura malvagità? Sicché un quotidiano prestigioso può stampare la stupefacente menzogna per cui la Russia nel 2008 avrebbe mosso guerra alla Georgia); sgomenta però quando la si legge in un paese di tradizione cattolica come il nostro, che dovrebbe essere abituato a giudicare le persone dalle opere e non da una loro vocazione al male radicata prima di tutti i tempi. Sgomenta e preoccupa per le conseguenze che ciò porta con sé.

Se il buono è buono per ciò che è o solo in quanto esiste, e non per ciò che fa, allora tutte le sue azioni sono giustificate, per non dire che diventano automaticamente positive e morali, e addirittura elogiabili anche quando non è stato fatto nulla in realtà nulla di buono o nulla del tutto (si vede il curioso caso del Nobel a un inoperoso e appena insediato Barack Obama); viceversa il condannato non ha possibilità di far valere le proprie ragioni, che sono intrinsecamente malvagie. Scompaiono cioè i fatti, con la sparizione delle opere, ma non per lasciare il posto a una qualche anarchia liquida delle opinioni, che sarebbe forse scomoda ma perlomeno poco pericolosa; no, semplicemente ha ragione il più forte, che ha più mezzi per dimostrare di essere nel giusto e di essere – oltretutto! – quello buono.

Non mi inquieto certamente per Putin, che non ha particolare bisogno di premure da parte di nessuno e che probabilmente – in base a una rigorosa valutazione delle sue azioni – non se le merita neanche più di tanto; mi fa paura però che giustizia, democrazia, pace, ecc. divengano non più il risultato di azioni personali e politiche, ma un’etichetta di cui ci si può appropriare. Anche perché poi, una volta usate contro la loro essenza, queste etichette non significheranno più nulla o sapranno di beffa atroce; e non mi va, devo dire, di vivere in un mondo in cui hanno tolto la speranza perfino dalle parole.

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