Finzioni (un saggetto sulla Russia con tracce di J. L. Borges)

Mi pare si debba notare, per prima cosa, che attributo della Russia odierna è l’anacronisticità. Come l’Ungheria è una nazione d’altri tempi, così la grande nazione russa (impero, mondo, missione, idea, sogno, anima) è uno Stato quantomeno del secolo scorso, …Leggi tutto

Mi pare si debba notare, per prima cosa, che attributo della Russia odierna è l’anacronisticità. Come l’Ungheria è una nazione d’altri tempi, così la grande nazione russa (impero, mondo, missione, idea, sogno, anima) è uno Stato quantomeno del secolo scorso, dell’età in cui l’Europa era centro del mondo e l’uomo europeo si reputava l’Uomo per eccellenza; l’unico cioè in grado di creare una propria storia autonoma, che lo portava a combattersi su cinque continenti con altri uomini bianchi, mentre gli indigeni assistevano dalla loro perenne immutabilità ai rivolgimenti continui delle vicende umane, di cui non partecipavano.

In seguito, in un preciso istante l’Europa si scoprì debole; e in quello stesso momento quella debolezza fu irreversibile e fu declino. Ma questa è un’altra storia.

L’essenza anacronistica della Russia è la sua pretesa di sovranità, di governarsi cioè da sé in uno spazio finito, chiudendo le proprie squame dinanzi all’influenza straniera e rifugiandosi nella propria spaventosa, immane ma conclusa indipendenza. Ma non esistono più Stati sovrani nel Vecchio Mondo; tutti rientrano, a diversi livelli e con diverse modalità, in uno schieramento imperiale che è assieme fluido e universale. Esso non si basa sulla forza o sulla giustizia o su un’altra idea che possa venir ribaltata e combattuta con il suo contrario, come per secoli hanno fatto gli eretici e i ribelli: l’Impero attuale ha la forma della libertà, e il modo della libertà è per sua natura l’infinità delle scelte e dei comportamenti. Non esistono perciò ambiti preclusi alla propaganda e alla potenza imperiale; tutto ciò che è libero vi si sottomette. Ogni spirito libero, ogni ragionamento libero, giunge per vie tortuose ma sicure a esser ricompreso nella filosofia dominante.

Non vi è perciò altro modo per contrastare tale penetrazione, a rigor di logica, che combattere e limitare l’esercizio della libertà; allo stesso modo, opponendosi alle volontà imperiali ci si oppone di fatto alla libertà e ci si pone nel campo dei malvagi, o, per meglio dire, dei dannati: di coloro che scientemente scelgono di allontanarsi dal Bene. Lo ha mostrato chiaramente la crisi degli ultimi mesi in Siria, in cui la prudenza della Russia ha causato la reazione violenta e ben poco diplomatica degli Stati Uniti e dei loro alleati: una reazione che si riserva non alle posizioni discordi, a ben vedere, ma a quelle sbagliate e illegittime. Ma ancor più significativa è stata la reazione internazionale alla bozza di legge presentata in Russia, con la quale si volevano regolamentare le Ong, obbligando fra l’altro quante di loro ricevono finanziamenti dall’estero a rendere pubblici e giustificare tali contributi.

Si tratta di un provvedimento di cristallino buon senso, nell’ottica di uno stato sovrano; non c’è dubbio infatti che non si possa far politica all’interno della propria nazione usufruendo di fondi, e dunque di influenze, derivanti da altri stati. Nell’epoca della libertà, tuttavia, quella legge è stata vista come un attentato a quanto c’è di più sacro e intangibile, tanto più sacro quanto ingiustificabile con gli strumenti della logica e della razionalità.

Nell’Ottocento, quando nella feconda Inghilterra si inventò la russofobia, era diffusa la metafora per cui lo scontro fra Impero Britannico e Impero Zarista corrispondeva alla lotta della balena contro l’elefante; e se pure gli agitatori anti-russi, come il grande scozzese David Urquhart, noto e benemerito anche per aver importato il bagno turco nel Regno Unito, predicavano la neutralizzazione del minaccioso nemico, pure quella metafora racchiudeva in sé la necessità della coesistenza. In seguito Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt, colta l’eredità britannica sui mari, ne accettarono anche la dottrina della coesistenza. Si noti comunque che per Urquhart e gli altri russofobi l’elefante doveva essere attirato e battuto in Asia Centrale, in quell’Afghanistan che fu la terra di Gog e Magog; come in ogni genuina creazione anglosassone, e la russofobia ne è un esempio delizioso, il lascito biblico è evidente. Non a caso, più di un secolo dopo, proprio fra Gog e Magog gli strateghi statunitensi vollero cercare la nemesi dell’impero russo (sovietico); ma è ancora da dimostrare che non abbiano invece liberato un nemico più grande e più generale.

Più tardi tuttavia la balena si fece leviatano, creatura prediletta dal Demiurgo; e quello che accomunò la rivoluzione conservatrice di Reagan e il trotskismo, che tanta importanza ha avuto tra i neocon, fu la convinzione che una sola parte potesse essere nel giusto e una sola parte potesse trionfare e prosperare. Diretta conseguenza di questa dottrina è la legittimità della esportazione di democrazia, nuovo avatar della rivoluzione permanente e, come questa, sublime tentativo di dare forma etica all’imperialismo.

Dinanzi a ciò l’enorme corpo della Russia prima parve cedere, poi mutò in Behemoth, e tale resta ancora oggi. Blindata nella sua potenza cieca e bestiale, la Russia pare tuttavia priva di prospettive, in quanto, come detto, ogni sviluppo libero sembra condannato a nutrire il suo nemico e a toglierle fibra e indipendenza. L’unica sua possibilità, forse remotissima, è trasportare la propria anacrosticità temporale sul piano dello spazio e della politica; immaginare cioè una propria libertà diversa e peculiare che non sia subordinata a nessun’altra entità, per quanto questa possa essere grande e onnicomprensiva.

La Russia, terra di romanzieri, è destinata perciò per essere libera a camminare da sé, come un aborigeno nel deserto australiano, e a cantare in solitudine la propria libertà, fino a farne carne e acciaio.

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