E burdel dla Jugoslavia

Ovidio Gardini – un nome, già dal suono, antico e dimenticato – nacque a Faenza nel 1920. Crebbe a Forlì, conseguì il diploma magistrale e poi divenne capostazione a Firenze, Piacenza, Forlì; tornato dalla guerra, lo mandarono a Sibari – …Leggi tutto

Ovidio Gardini – un nome, già dal suono, antico e dimenticato – nacque a Faenza nel 1920. Crebbe a Forlì, conseguì il diploma magistrale e poi divenne capostazione a Firenze, Piacenza, Forlì; tornato dalla guerra, lo mandarono a Sibari – probabilmente per punizione della militanza partigiana, come accadeva a tanti in quel periodo -, poi, attraverso altre stazioni e altre città, finì per tornare a lavorare a Faenza. Morì a Forlì, credo nel 1999; alla romagnola, con la sostituzione del soprannome di famiglia al cognome, il suo nome suonava come Ovidio ad Taramòt (“del Terremoto”).

Detta così, un’esistenza banale.

Ma il 9 settembre 1943 Gardini è in Dalmazia, appena dietro Spalato, con la Divisione “Bergamo”. Quando giunge la notizia dell’armistizio, la scelta è fra la resa ai tedeschi e la resistenza eroica e votata alla sconfitta – è quello che faranno molti reparti italiani a Spalato; Gardini e altri sette della sua compagnia scelgono invece una terza via: se ne vanno sui monti, camminano tutta la notte e raggiungono il comando partigiano di zona. Il 12 settembre 1943, vicino Clissa (una vecchia, imprendibile fortezza che i veneziani a suo tempo hanno tolto ai turchi) nasce la Talijanska Četa, un reparto formato dai sessanta soldati italiani che hanno avuto la stessa idea. Il 15 ottobre ci sono già abbastanza italiani per formare un battaglione: è il “Matteotti”, il sesto della III Brigata Proletaria d’Assalto della Krajina. Altri soldati italiani più organizzati e bellicosi, per la maggior parte carabinieri, hanno intanto fondato il Battaglione Garibaldi, quinto della gloriosa I Brigata Proletaria. Ma dappertutto, dal Montenegro alla Slovenia, passando per le bande create dalla popolazione italiana dell’Istria e di Fiume, nascono in quei giorni gruppi partigiani che combattono insieme e accanto ai partigiani jugoslavi.

Gardini per un certo periodo è ufficiale osservatore presso un altro battaglione della stessa Brigata (gli jugoslavi diffidano all’inizio di vari elementi del Matteotti); partecipa poi all’attività di un Gruppo Culturale (ha la passione del coro), infine a maggio del 1944 lo rimandano a comandare una compagnia del Matteotti, appena in tempo per partecipare alla gigantesca battaglia di Drvar, l’operazione Rösselsprung con cui i tedeschi sperano di catturare o eliminare Tito. Fra 25 e 27 maggio, in una battaglia che non ha paragoni nelle altre guerriglie europee, ma che è normale per i partigiani jugoslavi, la III Brigata si trova davanti i carri armati tedeschi che da Glamoč vogliono raggiungere il quartier generale di Drvar. Gli italiani sono aggrediti di fronte, resistono e arretrano, finché sugli attaccanti non si chiudono gli altri quattro battaglioni bosniaci della brigata; di nove colonne naziste che puntano su Drvar, questa è l’unica annientata in partenza.

Altri tempi, altri colori, altro ottimismo.

In seguito, imprese anche maggiori del Battaglione Garibaldi (in un’altra parte della Bosnia) e della Divisione Garibaldi (sul Durmitor in Montenegro) faranno un po’ dimenticare la battaglia del Crni Vrh; ma si può presentare la questione anche al contrario, chiarendo che ogni reparto italiano in Jugoslavia ha avuto le proprie giornate di gloria.

Ovidio Gardini e il Matteotti continuano a combattere, accompagnano e a volte precedono l’avanzata partigiana, l’uscita dalla trappola bosniaca, la marcia trionfale verso Belgrado e Zagabria. A Belgrado i Battaglioni Matteotti e Garibaldi arrivano sfiniti e decimati dai combattimenti sulle pianure serbe, terre difficili per la guerriglia; ma di nuovo li gonfiano gli italiani liberati lungo la strada e nella capitale, tanto che il 29 ottobre del ’44 una Brigata “Italia” si aggiunge alle quattro brigate (una serba, una bosniaca, una croata, una montenegrina) della Prima Divisione Proletaria. Al momento del ritorno a casa, reduci dalla conquista di Zagabria, gli italiani ostentano divise regolari e mostrine tricolori, oltre a una bandiera pluridecorata, che ha percorso in un anno e mezzo 11.000 km attraverso la Bosnia e le altre repubbliche. Sono rimasti indietro mille e quattrocento caduti e dispersi dei due Battaglioni; in tutto, i quarantamila italiani resistenti in Jugoslavia contano ventimila morti.

La loro storia in Italia viene subito coperta e dimenticata; il capostazione Gardini, l’abbiamo visto, va a finire a Sibari (la sua passione per il coro e l’ideazione di una scenetta sul tema “Terra ai contadini”, nella Calabria pre-riforma agraria, quasi gli costano un arresto: Ma dove mi potranno mandare stavolta, mi chiedevo io, in Libia?: il ferroviere forlivese non è tipo da preoccuparsi troppo). E tuttavia, finché di là restavano i riconoscimenti – fisici e non solo – della loro lotta, in uno stato (la Jugoslavia) che su quell’epopea basava la propria stessa retorica, il Matteotti e gli altri non potevano dirsi sconfitti né dimenticati.

Ma oggi, però, e Gardini ha fatto in tempo a vederlo, oggi che non c’è più quella Jugoslavia e i monumenti partigiani sono dimenticati (di solito non si osa distruggerli), che resta del Battaglione Matteotti? Io non ho competenze specifiche e non ho studiato quel periodo, per cui non so analizzare il senso, il significato e il “valore” di quell’esperienza, se ancora ne conserva. Ma, finché ne scriviamo, resta la storia di migliaia di Taramòt, saliti in montagna né per politica né per ideologia (ché non ne sapevano abbastanza), ma perché, ai loro occhi, l’unico modo di dire basta alla guerra era continuare a combattere.

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