Cupe vampe

Chissà, forse il novantasettenne Enrico Dandolo, avesse conosciuto in anticipo le conseguenze delle proprie azioni temerarie, avrebbe ritirato la propria immensa flotta dalle mura di Costantinopoli e l’avrebbe condotta in Terrasanta, invece di portare a termine quell’assalto coraggioso e sacrilego …Leggi tutto

Chissà, forse il novantasettenne Enrico Dandolo, avesse conosciuto in anticipo le conseguenze delle proprie azioni temerarie, avrebbe ritirato la propria immensa flotta dalle mura di Costantinopoli e l’avrebbe condotta in Terrasanta, invece di portare a termine quell’assalto coraggioso e sacrilego alla più grande città cristiana del tempo.

Era l’aprile del 1204 ed Enrico Dandolo era il Doge di Venezia; per via di vicende che sarebbe troppo lungo spiegare, la Serenissima aveva trasformato la Quarta Crociata, indetta dal papa Innocenzo III in aiuto agli stati cristiani di Palestina e Siria, in un attacco all’Impero Bizantino, che aveva diversi conti in sospeso con Venezia. Si vide perciò, in quell’aprile del 1204, il vecchio doge Dandolo, cieco o orbo per via di una ferita ricevuta molti anni prima proprio a Bisanzio, reggere lo stendardo di San Marco e guidare personalmente l’assedio; e lo fece con tale capacità che le navi veneziane conquistarono una torre, poi un’altra, e gli equipaggi diedero fuoco alle case vicine, dando origine a un incendio che impedì il contrattacco greco e sparse il panico fra i difensori. Quello stesso giorno la città, che non era mai caduta di fronte a eserciti sterminati, fu presa dai marinai veneziani e dai crociati francesi, i quali la saccheggiarono e umiliarono per giorni.

Il bottino accumulato fu incalcolabile, tale da arricchire per secoli numerose casate e soprattutto il tesoro veneziano; la perdita di vite umane non venne calcolata da nessuno. Costantinopoli, povera e svuotata, non sarebbe mai più risorta, neanche dopo la cacciata degli usurpatori latini. La caduta definitiva della città e dell’Impero romano d’Oriente, il primo stato cristiano a considerarsi universale, avvenne due secoli e mezzo più tardi, ma fu indubbiamente provocata anche da quel trauma.

La presa della città ebbe tuttavia altre conseguenze: la prima fu l’incancrenirsi dell’odio fra cristiani ed europei orientali e occidentali, che già esisteva in precedenza sotto forma di ostilità e diffidenza (questo sentimento vive ancora oggi, soprattutto nelle chiese ortodosse e nella loro paura di tutto ciò che è “latino”); la seconda, anche più grave, fu la scomparsa dell’Oriente dalle carte della Cristianità e più in generale della civiltà europea. L’Occidente trionfante cancellò di fatto dalla storia Bisanzio, l’erede diretta di Roma e la più importante civiltà europea del Medioevo. Con la sconfitta del 1204 sparì anche la resistenza decisiva dei romaioi all’avanzata araba o il contributo di molti secoli dato da Bisanzio, attraverso i suoi monaci, i suoi artisti, i suoi generali, alla costruzione di uno spazio comune che poi divenne l’Europa.

Invece, nei secoli successivi e in maniera sempre crescente, l’Occidente inventò un complesso di superiorità o addirittura di unicità (come se potesse esistere una sola civiltà europea) e lo applicò anche a secoli in cui tale atteggiamento era pura mitomania e impudenza: penso ad esempio alla supposta frattura del Mediterraneo fra Maometto e Carlo Magno – quando esisteva una terza civiltà ben superiore all’Islam come al Cristianesimo occidentale – o all’atteggiamento paternalistico di alcuni philosophes che credettero di aver scoperto l’Oriente per aver letto un saggio più naturalistico che antropologico. E in realtà il paternalismo e il rifiuto più o meno inconscio di accettare che anche gli altri sono europei è una costante del pensiero e della politica occidentale che è giunta fino ai nostri giorni, e che ha avvelenato la vita del continente.

L’anniversario della presa e del saccheggio di Costantinopoli si pone accanto a quello del volo di Gagarin che abbiamo festeggiato l’altro giorno; ma se questo è un anniversario di pace e di speranza per tutta l’umanità, quella è invece una data piena di rancore e di ingiustizia. Eppure, lo dico da storico, non si può chiedere alla storia di essere giusta; ma si deve chiedere a ognuno, soprattutto a chi ha responsabilità politiche e culturali e a chi forma la cosiddetta opinione pubblica, di non dimenticare che i fatti umani non sono forgiati dal destino o da superiorità di carattere etico o genetico, bensì da numerose concause (più o meno indipendenti fra loro, più o meno inevitabili). Cosicché, forse, senza il genio militare e il cupo desiderio di rivalsa di un vegliardo cieco oggi descriveremmo un’altra storia e un altro continente.

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