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Quelle poche volte in cui ho avuto a che fare con dei tedeschi dell’Est, e anche per quanto ho letto e visto nella mia vita, sono sempre rimasto assai colpito da quanto siano profondamente tedeschi: quanto poco abbiano, in altri …Leggi tutto

Quelle poche volte in cui ho avuto a che fare con dei tedeschi dell’Est, e anche per quanto ho letto e visto nella mia vita, sono sempre rimasto assai colpito da quanto siano profondamente tedeschi: quanto poco abbiano, in altri termini, della terra di frontiera, influenzata da diversità culturali e di approccio al mondo.

E invece i tedeschi dell’Est – Berlino non ricade in questo discorso, per una serie di motivi anche abbastanza ovvi – sono i più tedeschi di tutti. Un po’ per via del socialismo, che li ha sottratti per quattro decenni ai vorticosi mutamenti dell’Occidente e li ha quasi cristallizzati (interessanti osservazioni sul socialismo reale come incantesimo gettato su una vecchia Europa dormiente le ha svolte Michel Tournier nel breve saggio posto alla fine del Re degli Ontani); un po’ per il semplice fatto che la loro condizione di terra di frontiera è piuttosto nuova e insolita. Il fatto è che l’attuale Germania orientale è storicamente il cuore stesso della Germania: fin dal medio Evo, infatti, mercanti, guerrieri e uomini di Chiesa hanno eroso il mondo slavo e baltico, spostando la frontiera della lingua e della cultura germanica fin dove la resistenza slava – quella guerriera di Aleksandr Nevskij e dei polacchi di Tannenberg, e quella culturale di Jan Hus e dell’Università di Praga – poneva limiti invalicabili.

Le vicende storiche degli ultimi cento anni hanno tolto alla Germania le proprie ali (non solo quelle orientali, certo più vaste e popolose, ma anche l’oltre-Reno sbocconcellato in qualche secolo dalla Francia e recuperato in maniera troppo tardiva ed effimera). Senza neanche citare le piccole e romanzesche minoranze germanofone disseminate nell’Impero austriaco e in quello zarista, sparite o ridotte a macchie di folklore.

Il risultato è che i turingi e i sassoni di oggi, per fare un esempio, dell’Est europeo conoscono solo il socialismo reale e qualche paccottiglia per turisti: e non importa che siano al confine, quello che conta in realtà è che le loro terre sono comunque Jena, Weimar, Dresda, Martin Lutero, Kohlhaas e i Principi Elettori; tutta roba tedesca, tedeschissima, tanto tedesca che non si trova spazio per infilarci nessun’altra influenza o suggestione. Mettiamoci anche che dopo l’ultima guerra la Germania è un paese piccolo e pieno di gente all’inverosimile: normale che sia ripiegato su se stesso, a rifletterci. E mettiamoci pure che, delle vecchia città tedesche al confine fra due o più mondi, città capaci di sintetizzare e rielaborare, non rimane più nulla: dove nacque Kant si parla russo, e nella gloriosa Strasburgo quasi nessuno capisce più il tedesco.

Provate a paragonare questa situazione con quella italiana: forse che quando si incontra non dico un triestino, ma perfino un friulano o un piemontese, non si respira una certa aria diversa, un soffio affascinante di non so che? Con i tedeschi dell’Est questo non succede, o almeno a me non è successo.

(Uno più acuto potrebbe dire: ma allora magari è per questo, per il loro star chiusi in troppi in un recinto solo tedesco, senza memorie di convivenze, senza minoranze, che i tedeschi di oggi sembrano tanto chiusi e poco comprensivi delle ragioni degli altri europei. Io non lo so se è così.)

Ad ogni modo, che resta delle Germania perdute? Poco, forse niente nella storia e nell’attualità; molto nella letteratura, dal Baltico della Yourcenar alla Prussia Orientale del già citato Tournier, passando per le città imperial-regie dai nomi dimenticati in cui si muovevano certi personaggi di Roth. E a volte vien fatto di pensare che questo universo scomparso, se ha saputo generare tanta poesia, forse qualcosa di bello ce l’aveva anche. Di certo qualcosa di proprio, che oggi è dimenticato.

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