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Ancora una riflessione in margine alla morte di Carlo Maria Martini. Più sceme delle reazioni che criticavo ieri, quelle intese a far polemica (come già fu per il trapasso di Giovanni Paolo II) sulla questione del rifiuto dell’accanimento …Leggi tutto

Ancora una riflessione in margine alla morte di Carlo Maria Martini.

Più sceme delle reazioni che criticavo ieri, quelle intese a far polemica (come già fu per il trapasso di Giovanni Paolo II) sulla questione del rifiuto dell’accanimento terapeutico, ci sono solo quelle di chi dice che Martini fu emarginato e messo in disparte dalla Chiesa “ufficiale” di cui sarebbe stato un contestatore.

Ben strana emarginazione quella che comporta, oltre all’innegabile immensa popolarità dovuta a interventi, libri e discorsi, il cardinalato e un quarto di secolo alla guida della più grande e – per mille motivi – importante diocesi italiana e forse europea. Peraltro sia la porpora cardinalizia che la chiamata alla guida della diocesi di Milano furono volute dall’allora appena eletto papa Giovanni Paolo II, cioè da colui che nelle bizzarre ricostruzioni di cui sopra sarebbe stato il grande avversario di Martini stesso. E ben strana contestazione quella che venne espressa sempre, continuamente, costantemente nelle forme della fedeltà, del servizio, dell’appartenenza, come dovrebbe essere evidente a chiunque abbia, anche solo una volta, letto o ascoltato quel che Martini è andato predicando in tutto il suo magistero.

Il problema è che, come di consueto, le categorie mondane (progressismo/conservatorismo, per esempio) sono del tutto inadatte a comprendere quel che si muove entro la Chiesa cattolica.

 

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