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L’etica del dannato torrone

Tra tutti i luoghi comuni che caratterizzano la nostra epoca, quello che mi pare intrinsecamente più scemo è dichiarare di non avere, nella propria vita, rimorsi e rimpianti. La dichiarazione può assumere varie forme, ma è ormai una presenza costante …Leggi tutto

Tra tutti i luoghi comuni che caratterizzano la nostra epoca, quello che mi pare intrinsecamente più scemo è dichiarare di non avere, nella propria vita, rimorsi e rimpianti. La dichiarazione può assumere varie forme, ma è ormai una presenza costante in interviste a soubrette, conferenze stampa di atleti e allenatori, testi di canzoni, battute di film e telefilm.

“Rifarei tutto, anche gli errori” vien detto o scritto per darsi aria di chi ha imparato a stare al mondo proprio grazie ai colpi e ai dardi dell’oltraggiosa sorte, forse senza riflettere che perlopiù colpi e dardi ricordabili con piacere o gratitudine necessariamente non devono essere poi così duri colpi, né così appuntiti dardi. Chi abbia vissuto non dico tragedie, ma anche solo mezza giornata di vigoroso mal di denti, se fosse sincero con se stesso direbbe semmai: “Rifarei tutto, tranne mordere quel dannato torrone”.

L’ideuzza espressa da questo luogo comune ha un padre nobile, per così dire: Nietzsche con il suo Übermensch, l’uomo svincolato da tutti i valori (religiosi, certo, ma anche etici, estetici, sociali, teoretici, eccetera) che, finalmente libero dal proprio passato, può costruire se stesso sulla base della propria volontà. Il filosofo di Röcken scriveva, nel 1874, che la storia è una malattia per l’uomo e che la salute può essere riconquistata soltanto tramite la capacità preziosa della dimenticanza. Questa idea iniziale prese poi le forme del “pensiero abissale”, come lo stesso Nietzsche lo definì: l’idea dell’eterno ritorno dell’uguale, solo apparentemente contraddittoria con il culto dell’oblio. Accettare con gioia che tutto ciò che è stato e che ci ha riguardato possa tornare è possibile proprio perché esso non ha senso, non ha un valore assoluto che sia svincolato dalla nostra volontà, è inconsistente. Un secolo e mezzo dopo possiamo concludere che le idee di Nietzsche hanno vinto: a ogni “Rifarei tutto, anche gli errori” che ricompare – evocato da soggetti certamente inconsapevoli di stare rievocando il filosofo baffuto – tra le pagine di una rivista o in un’intervista televisiva, un passo in più si compie su quella famosa “corda tesa tra l’animale e l’Übermensch”.

Il fatto è che, mi sembra, ben prima del senso di colpa della cui invenzione sovrastrutturale spesso sono accusati i cattolici, esiste la colpa. Insomma: errare è umano, come recita un altro luogo comune un po’ meno scemo del precedente, ed è umano anche riandare con il giudizio al proprio passato e progettare a partire da esso il proprio futuro, guardarsi alle spalle, dire “No, quella cosa non la rifarei” e agire di conseguenza, per quel che è possibile. L’esistenza umana è temporalità, o perlomeno alla temporalità è sostanzialmente legata. Pentimento, penitenza, riparazione, riscatto sono concetti che il cattolicesimo ha certamente elevato a pilastri della propria visione del mondo e dell’uomo, ma che appartengono a quella che potremmo chiamare una dimensione etica universale e, prima ancora, alla struttura psicologica, razionale ed esistenziale dell’uomo, il quale al contempo è ciò che fa, è la somma delle sue azioni, ed è molto di più di essa: è la capacità di giudicarle.

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