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Il cane dell’assurdo

Quello che vedete qui sopra è il mio cane, Gandalf, un meticcio di dieci anni, il cagnone più buono del mondo. Fisicamente ha due lunghe, buffissime orecchie che lo fanno assomigliare molto a Wile E. Coyote. Dal punto di vista …Leggi tutto

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Quello che vedete qui sopra è il mio cane, Gandalf, un meticcio di dieci anni, il cagnone più buono del mondo. Fisicamente ha due lunghe, buffissime orecchie che lo fanno assomigliare molto a Wile E. Coyote. Dal punto di vista del carattere, è il cane più mansueto e pacioccone che conosca, giocherellone con i bambini (si lascia fare di tutto con sovracanina sopportazione) e con i due gatti di casa, coi quali vive in simbiosi fin da quando è cucciolo. Il suo regno, nel quale scodinzola allegro e satollo, è la nostra casa di campagna, che si trova nel bel mezzo di un’area di ripopolamento faunistico.

Quella cosa che, nella foto, vedete spuntargli dalla bocca è una lepre. O meglio, quel che ne resta: la metà inferiore del corpo. Ieri, infatti, il cane più mansueto e pacioccone che conosca ha inseguito, azzannato, stritolato, ucciso, spezzato in due – letteralmente – un altro essere vivente che, semplicemente, passava di lì, per poi mettersi a divorarne le carni, con calma e con comodo, un pezzo alla volta. Non l’ha fatto per fame. Gandalf è ben nutrito, mangia più volte al giorno, non gli manca nulla. Si è trattato solo, credo, di un istinto, di una esplosione di violenza primigenia, di un gioco animale e irresistibile, come tale al di là del bene e del male e di qualsiasi calcolo utilitaristico (di quelli che pure gli animali superiori sanno fare).

È l’essenza di ciò che abbiamo imparato, nel secolo scorso, a chiamare l’assurdo.

Anni fa, in un incontro pubblico cui ebbi la fortuna di partecipare, Eugène Ionesco lo spiegò così:

«E’ come se il male non facesse parte del miracolo, è quotidiano, è nutrimento quotidiano. La gioia di essere è soffocata dal male, sommersa. E’ una cosa inspiegabile, come l’esistenza, legata all’esistenza. E’ il grande enigma. Questo argomento è stato discusso da centinaia di migliaia di filosofi, di teologi, di sociologi. lo non discuterò su questo problema insolubile. Voglio solo dire che, come scrittore, il male universale mi riguarda personalmente, nell’intimo. Devo attraversare il male per raggiungere, al di là del male, non la felicità, ma una gioia passeggera. Ingenuamente, maldestramente, le mie opere sono ispirate dal male e dall’angoscia. Il male ha schiacciato la gioia. Esso mi circonda. Mi meraviglia quanto la luce. E’ più pesante della luce. Pesa sulle mie spalle. Ho voluto, nel mio teatro, non discuterlo, ma presentarlo. Il fatto che sia inspiegabile rende assurdo tutto il nostro procedere, i nostri atti. Questo sento come artista. Trovavo che l’interrogativo esistenziale fosse accettabile, ma non il mistero del male. E la cosa ancor più inaccettabile è che il male è la legge e che gli esseri non ne sono responsabili. Basta guardare attorno, basta leggere i giornali, per sapere che il bene è impossibile. Ma basta guardare una goccia d’acqua al microscopio per vedere che le cellule, che gli esseri microscopici non fanno altro che combattersi, che uccidersi, che divorarsi l’un l’altro. Quello che succede nell’infinitamente piccolo, succede a tutti i gradi della scala dell’universo. La legge è proprio la guerra. Non è altro che questo. Questo lo sappiamo tutti, ma non vi prestiamo più attenzione. E’ già sconvolgente e tragico il sapere di essere stretti tra la nascita e la morte, ma essere obbligati ad uccidere e ad essere uccisi, questo è inammissibile. La condizione essenziale è inammissibile. Noi viviamo in un’economia chiusa, nulla ci arriva dall’esterno, siamo proprio costretti a mangiarci l’un l’altro. Mangiatevi gli uni gli altri. Mi pare che le creature non siano d’accordo con questo stato di cose. Facciamo una mossa e provochiamo la catastrofe degli universi protozoici. Un colpo di badile e distruggo nazioni di formiche. Ogni gesto, ogni movimento, per quanto insignificanti siano, provocano disastri e catastrofi. Passeggio in un prato tranquillo e non penso che tutte le piante si disputano un po’ di spazio vitale e che le radici di questi alberi maestosi, affondando nella terra, provocano tragedie e sofferenze, uccidono. Anche ogni passo che faccio, uccide. E mi dico che la bellezza del mondo è un’impostura.»

Mi pare che tutto ciò sia, al contempo, la più grande obiezione all’esistenza di Dio e la ragione più profonda per la quale esiste, nell’uomo, il sentimento religioso.

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