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Id quo che?

Come ogni anno, viene il momento in cui spiego ai miei studenti – insegno al liceo scientifico – l’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta. Avete presente? Anselmo, monaco benedettino dell’XI secolo, spiega nel suo Proslogion che quando pensiamo adeguatamente a Dio, …Leggi tutto

Come ogni anno, viene il momento in cui spiego ai miei studenti – insegno al liceo scientifico – l’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta.

Avete presente? Anselmo, monaco benedettino dell’XI secolo, spiega nel suo Proslogion che quando pensiamo adeguatamente a Dio, non possiamo che definirlo come “Id quo maius cogitare nequit”, ovvero “Ciò di cui non posso pensare nulla di più grande”. È evidente che Dio esiste almeno nell’intelletto di chi lo pensa, ma può esistere solo lì e non nella realtà? No, risponde Anselmo, perché in tal caso potrei pensarlo esistente anche nella realtà e così pensare a qualcosa di più grande (in quanto esistente nella mente e nella realtà) di “Ciò di cui non posso pensare nulla di più grande”, generando così un’insanabile contraddizione. Quindi, per concludere, per la stessa definizione secondo cui lo pensiamo, Dio deve necessariamente esistere nella realtà.

In genere ne seguono sempre una lezione divertente e una discussione interessante. Alcuni studenti riescono persino ad anticipare inconsapevolmente le obiezioni che molti illustri filosofi, da Tommaso a Kant a Russell, hanno avanzato contro l’argomento di Anselmo, ma certamente quasi tutti mi guardano con l’aria di chi pensa: “Ma questo Anselmo a chi vuole darla a bere?”.

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