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A raccoglier ciliegie/6

Concludevo il post dell’altroieri su Galileo chiedendomi perché, di fronte al copernicanesimo e più specificamente nel processo contro l’astronomo pisano, il Magistero ritenne di non potere o dovere accettare un’interpretazione non letterale dei pochi passi biblici che sembrano negarlo. La …Leggi tutto

Concludevo il post dell’altroieri su Galileo chiedendomi perché, di fronte al copernicanesimo e più specificamente nel processo contro l’astronomo pisano, il Magistero ritenne di non potere o dovere accettare un’interpretazione non letterale dei pochi passi biblici che sembrano negarlo.

La questione è, storicamente, complessa. Ma prima di provare a dare una risposta, consentitemi una – purtroppo non breve – premessa.

Il processo del 1633 non fu la prima occasione in cui Galileo ebbe a che fare con l’Inquisizione: 17 anni prima, nel 1616, Galileo dovette recarsi a Roma e conferire con colui che all’epoca era a capo del Sant’Uffizio, il cardinale gesuita Roberto Bellarmino. In realtà nel 1616 il colloquio tra Galileo e Bellarmino fu cordiale. Galileo venne ammonito a non divulgare pubblicamente le tesi copernicane, giudicate formalmente eretiche, ma la posizione del cardinale sulla questione era, in realtà, molto aperta. La possiamo evincere da un celebre documento, ovvero la lettera che, in relazione al dibattito sul copernicanesimo, Bellarmino indirizzò nel 1615 a Paolo Antonio Foscarini, uno scienziato appartenente all’ordine carmelitano, anch’egli sostenitore del copernicanesimo e in rapporto epistolare con Galileo.

Bellarmino, nella lettera a Foscarini, sostiene due tesi fondamentali. La prima riguarda la disponibilità ad accettare il copernicanesimo qualora sia inteso non come una descrizione veridica della struttura fisica del cosmo, bensì come un puro modello matematico tramite il quale sia più semplice “salvare le apparenze”, ovvero calcolare e prevedere le posizioni astronomiche dei vari pianeti. È questo il punto che maggiormente è stato ripreso e apprezzato da alcuni epistemologi contemporanei che hanno letto, nella tesi del Bellarmino, un’embrionale consapevolezza del fatto che la scienza sia un sapere “debole” che produce modelli interpretativi della realtà piuttosto che descrizioni che possano essere veridiche in senso assoluto e incontrovertibile.

La seconda tesi, che qui mi interessa maggiormente, è una considerazione sul rapporto tra senso letterale della scrittura e stato di avanzamento della conoscenza scientifica. Scrive Bellarmino:

«Dico che quando ci fusse vera demonstratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, alhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicar le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra.  Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata […].»

In sintesi, Bellarmino nei confronti del copernicanesimo e della possibilità di integrarlo e conciliarlo con la Sacra Scrittura si mostra possibilista, ma prudente: se effettivamente  - scrive Bellarmino - ci fosse la dimostrazione della verità del copernicanesimo allora si dovrebbe procedere a una nuova interpretazione dei passi biblici che sembrano contraddirlo. Tuttavia, conclude il cardinale, non pare che tale dimostrazione sia ancora stata data.

Certamente nel 1616 il cardinale gesuita aveva molte ragioni per scrivere tutto ciò. Presentare il conflitto secentesco tra geocentrismo ed eliocentrismo come una lotta tra scienza e religione, tra Galileo e la Chiesa, è certamente semplicistico e frettoloso. Tra i sostenitori del copernicanesimo vi erano, in quell’epoca in cui lo studio e le scienze erano ancora in gran parte appannaggio dei chierici, numerosi esponenti del clero (a partire proprio dal canonico Copernico). E d’altra parte, molti scienziati e studiosi laici erano fermamente convinti della validità del sistema geocentrico e della necessità di conservarlo, magari con qualche modifica. Del resto, si trattava di un modello interpretativo dei moti celesti antico e venerabile, che aveva dato buona prova di sé per millenni e che, pur attraverso numerose revisioni e modifiche, sembrava ancora in grado di calcolare e prevedere con accuratezza la posizione dei pianeti. A molti accademici il nuovo metodo galileiano, basato sull’osservazione dei cieli tramite l’artificio del cannocchiale e sull’uso massiccio della matematica e della geometria, destava sospetti. Infine, non va scordato che il modello geocentrico ha il pregio considerevole di corrispondere all’esperienza prescientifica dell’uomo, che si trova ben piantato a terra a osservare corpi celesti che, con ogni evidenza, gli ruotano intorno.

Insomma: ciò che accadde nella prima metà del Seicento, oltre che una questione di scontro tra la scienza e un’esegesi letterale dei testi biblici che la Chiesa ufficialmente adottò, fu quel che potremmo chiamare un conflitto – interno alla comunità scientifica – di paradigmi, di modelli interpretativi del cosmo, di protocolli di ricerca. La richiesta di Bellarmino di non rinunciare troppo frettolosamente a un modello perfettamente conciliabile con la lettera del testo biblico traduce certamente una profonda preoccupazione pastorale, ma correttamente collocato in prospettiva storica non è affatto irragionevole. Prima di infliggere quella che in seguito è stata definita come la prima grande ferita narcisistica all’umanità, ovvero il suo decentramento dal cuore dell’universo, Bellarmino invoca prove e maggiore chiarezza in un momento in cui la comunità scientifica è spaccata. Tuttavia, il cardinale lascia anche capire chiaramente che tra la verità e la consolazione di una tradizione in perfetta armonia con il testo biblico certamente bisognerebbe seguire la verità, e “andar con molta consideratione in esplicar le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra”.

Bellarmino morì nel 1621. Pertanto diciassette anni dopo, quando Galileo ebbe di nuovo a che fare con il Sant’Uffizio, si trovò di fronte altri prelati, forse meno aperti del cardinale gesuita. Tuttavia, nel 1633 a capo della Chiesa Cattolica vi era un papa asceso diaci anni prima al soglio pontificio con fama di modernista, di amante della “filosofia nuova” ed estimatore dello stesso Galileo – col quale condivideva le origini toscane – fin da quando ancora non era papa Urbano VIII, ma solo il cardinale Maffeo Barberini. Certamente fu la sua elezione a incoraggiare Galileo a progettare il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, nonostante il divieto subìto nel 1616. Anzi, Galileo si confrontò con lo stesso papa in merito all’eventualità di pubblicare un’opera del genere e, nello specifico, su alcune questioni e argomentazioni da portare a sostegno dell’uno o dell’altro modello. Dietro la promessa di scrivere un’opera equilibrata, che non prendesse le difese del copernicanesimo, ma si limitasse a presentare e confrontare i due sistemi astronomici in conflitto, Urbano VIII addirittura incoraggiò Galileo. Nel 1632 l’opera fu compiuta, ricevette l’imprimatur e venne pubblicata.

Fu a quel punto che gli eventi precipitarono nel più celebre (e, per la Chiesa cattolica, controproducente) conflitto tra scienza e fede che la storia della nostra civiltà ricordi. Perché avvenne ciò? Che cosa portò Urbano VIII, nel giro di poche settimane, a ritirare del tutto il favore e la protezione dati a Galileo fino a quel momento? E perché, nel trattamento riservato a Galileo dal Sant’Uffizio, non c’è più traccia dell’apertura e dell’intelligenza, pur nella prudenza, di Bellarmino? Gli storici hanno avanzato numerose ipotesi esplicative che saranno oggetto di un prossimo post.

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