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A raccoglier ciliegie/5

Concludo questo excursus sull’esegesi biblica e sull’accusa rivolta ai cristiani di praticare il cherry picking sui testi biblici andando a fare un paio di considerazioni su quello che è stato il più clamoroso caso di cattiva esegesi da parte del …Leggi tutto

Concludo questo excursus sull’esegesi biblica e sull’accusa rivolta ai cristiani di praticare il cherry picking sui testi biblici andando a fare un paio di considerazioni su quello che è stato il più clamoroso caso di cattiva esegesi da parte del Magistero cattolico e che ha avuto conseguenze disastrose, almeno sul piano delle pubbliche relazioni, per tutta la Chiesa cattolica. Come qualcuno avrà già intuito, intendo parlare brevemente del caso Galileo.

I fatti credo siano noti a tutti: nel 1632 Galileo Galilei, astronomo, matematico e “filosofo naturale” al servizio del Granduca di Toscana, pubblicò a Firenze la sua opera intitolata Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (in realtà il titolo originale è molto più lungo e articolato, com’era usanza all’epoca). Nonostante l’opera avesse ricevuto l’imprimatur, Galileo fu convocato a Roma dal Sant’Uffizio e processato, in quanto sostenitore di una “proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura”, ovvero quella relativa all’immobilità del Sole e alla sua centralità nell’universo, e di un’altra “parimente […] assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in Fide”, ovvero quella relativa alla mobilità della Terra e alla sua posizione decentrata rispetto al Sole. Dal processo scaturì, nel giugno 1633, una condanna al carcere che, in seguito all’abiura di Galileo, venne commutata in quelli che potremmo chiamare arresti domiciliari: Galileo, fino alla morte occorsa 9 anni dopo, dovette risiedere presso la sua dimora di Arcetri, appena fuori Firenze, dove continuò a dedicarsi ai suoi studi e alla redazione della sua ultima opera, i Discorsi e dimostrazioni matematiche sopra due nuove scienze.

Come si può notare dalle due frasi che ho riportato dal testo originale della sentenza, i due errori contestati a Galileo avevano, agli occhi del Sant’Uffizio, peso diverso: da una parte c’era un’eresia formale, dall’altra una proposizione sospetta. Questa differenza si fondava proprio sul fatto che la prima tesi galileiana (e copernicana), cioè quella dell’immobilità del Sole, andava a contraddire direttamente la lettera del testo biblico, diversamente dalla seconda. Tra i pochi passi della Bibbia in cui si fa menzione di movimenti astronomici il più noto è certamente quello composto dai versetti 12 e 13 del decimo capitolo del libro di Giosuè, spesso sinteticamente citato come “Fermati o Sole”, ma che in realtà recita così: “«”Sole, fèrmati in Gàbaon e tu, luna, sulla valle di Aialon”. Si fermò il sole e la luna rimase immobile finché il popolo non si vendicò dei nemici. […]»

Certamente, un’esegesi di quei passi diversa da quella letterale era alla portata degli strumenti culturali dell’epoca: ne dà prova lo stesso Galileo il quale, nel 1615, quando per la prima volta fu convocato a Roma dal Sant’Uffizio allora presieduto dal cardinale Roberto Bellarmino, si dedicò a redigere una serie di considerazioni di difesa dell’eliocentrismo e del suo possibile accordo con i testi sacri confluite in quattro lettere, le cosiddette Lettere copernicane, indirizzate ad alcuni collaboratori e colleghi, nonché alla moglie del Granduca di Toscana, la duchessa Cristina di Lorena. In queste lettere Galileo svolge ragionamenti estremamente attenti, articolati e sensati, dimostrando una notevole sensibilità teologica ed esegetica. In estrema sintesi, il cuore dell’argomentazione galileiana circa l’esegesi di quei passi della Bibbia che sembrano contraddire l’eliocentrismo è contenuto in una frase che compare proprio nella lettera a Cristina di Lorena e che riporto:

«Sopra questa ragione parmi primieramente da considerare, essere e santissimamente detto e prudentissimamente stabilito, non poter mai la Sacra Scrittura mentire, tutta volta che si sia penetrato il suo vero sentimento; il qual non credo che si possa negare essere molte volte recondito e molto diverso da quello che suona il puro significato delle parole. Dal che ne séguita, che qualunque volta alcuno, nell’esporla, volesse fermarsi sempre nel nudo suono literale, potrebbe, errando esso, far apparir nelle Scritture non solo contradizioni e proposizioni remote dal vero, ma gravi eresie e bestemmie ancora […] ed è questa dottrina così trita e specificata appresso tutti i teologi, che superfluo sarebbe il produrne attestazione alcuna.»

Proseguendo nella lettura delle Lettere copernicane, verrebbe da dire che Galileo suggerisce proprio di usare il metodo del cherry picking o meglio di distinguere tra quei brani che hanno più diretta attinenza col messaggio cruciale del testo biblico (la rivelazione divina e la salvezza dell’uomo) e quelli nei quali, per così dire, la Bibbia tratta temi per accidens, come nel caso delle questioni astronomiche. Il fatto che Galileo ci paia in questo più intelligente e saggio dei suoi avversari letteralisti è già un buono spunto di riflessione.

Perché, allora, visto che – come argutamente nota Galileo – la possibilità di interpretare non letteralmente la Bibbia era “dottrina così trita e specificata appresso tutti i teologi”, il Magistero ritenne di non potere o dovere accettare un’interpretazione non letterale dei passi in questione e di dover condannare Galileo e il copernicanesimo? La risposta è più complicata di quel che sembrerebbe di primo acchito. Ma la sto facendo troppo lunga, quindi proverò a delinearla nei prossimi giorni, in un altro post.

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