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A raccoglier ciliegie/4

Qualcuno poco informato potrebbe obiettare a quanto ho scritto nell’ultimo post che le affermazioni del Concilio Vaticano II sulla necessità di interpretare la Parola di Dio alla luce della Tradizione e della vita della Chiesa sono, in realtà, una reazione …Leggi tutto

Qualcuno poco informato potrebbe obiettare a quanto ho scritto nell’ultimo post che le affermazioni del Concilio Vaticano II sulla necessità di interpretare la Parola di Dio alla luce della Tradizione e della vita della Chiesa sono, in realtà, una reazione all’incombere della modernità: è finito il tempo in cui si poteva dare a bere al popolo bue ciò che letteralmente la Bibbia racconta, sono venuti Copernico, Galileo, Newton, Darwin, Nietzsche e Freud, e quindi con un trucco da abile prestigiatore la Chiesa si adegua, tirando fuori dal cilindro il coniglio dell’esegesi non letterale e il riferimento al “contesto”.

Tuttavia, chi conosca anche superficialmente un po’ di storia culturale della civiltà occidentale sa che le cose non stanno così e che l’idea che la Sacra Scrittura vada interpretata su più livelli, con strumenti culturalmente raffinati e anche al di là della mera ricezione letterale è antica come il cristianesimo stesso, anzi di più: infatti, già in libri tardi dell’Antico Testamento come il Qoelet e il Libro della Sapienza si trovano letture e interpretazioni della religione ebraica alla luce della cultura ellenistica e il primo esegeta disincantato della Bibbia non è un cristiano, bensì un ebreo, Filone di Alessandria, vissuto a cavallo tra I secolo avanti Cristo e I dopo Cristo. Filone propone, per interpretare il testo biblico, il metodo dell’allegoresi: in buona sostanza, la traduzione dei racconti biblici del Pentateuco in termini filosofici di ascendenza platonica.

Numerosissimi sono esempi affini relativi al cristianesimo delle origini e dell’età della Patristica: Origene di Alessandria spiega, all’inizio del III secolo dopo Cristo, come la Sacra Scrittura possa e debba essere interpretata allegoricamente, in relazione al fatto che i suoi autori umani non sono meri strumenti inconsci, bensì contribuiscono alla nascita del testo biblico con le loro conoscenze e con il loro stile; i primi concilî ecumenici (Nicea, Costantinopoli, Efeso, Calcedonia) definiscono i dogmi fondamentali del cristianesimo – quello trinitario e quello cristologico – mediando la rivelazione biblica in termini e concetti presi di peso dal contesto culturale greco (ousia, physishypostasis); Agostino – raffinato intellettuale innamorato di Cicerone e di Plotino – si converte al cristianesimo e supera le sua difficoltà nei confronti del testo biblico giudicato oscuro, incomprensibile, rozzo e inaccettabile quando ascolta le prediche di Ambrogio, vescovo di Milano, il quale faceva largo uso dell’interpretazione allegorica e filosofica dell’Antico Testamento.

Mi fermo qui, ma potrei andare avanti per ore.

Insomma: fin dalle sue origini il pensiero cristiano ha letto e interpretato la Bibbia non come un manuale da seguire letteralmente, ingenuamente e pedissequamente, bensì come un racconto e una riflessione teologica stratificata, complessa, articolata, e perciò bisognosa del dispiegamento di tutti i mezzi culturali disponibili per decodificarne appieno il senso. È il senso più autentico dell’insistenza (questa non genericamente cristiana, ma specificamente cattolica) sulla necessità di abbinare sempre, come fonti della fede cristiana, Sacra Scrittura e Tradizione, cioè il testo sacro e la storia delle sue interpretazioni alla luce della fede e del Magistero della Chiesa.

Poi, ogni tanto, qualcosa è andato storto. Domani rifletteremo, se avrete la bontà di seguirmi, su quello che è, forse, il più clamoroso errore esegetico del Magistero, e certamente il più noto e discusso.

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