«Veltroni e la cicogna», da un’idea di Uolter

Sto litigando da un po’ di giorni con un po’ di gente a proposito di Tutti i santi giorni di Paolo Virzì. Dicono che «i personaggi di contorno sono macchiette»; che «non fa così ridere», perché lo spettatore italiano è …Leggi tutto

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Sto litigando da un po’ di giorni con un po’ di gente a proposito di Tutti i santi giorni di Paolo Virzì. Dicono che «i personaggi di contorno sono macchiette»; che «non fa così ridere», perché lo spettatore italiano è come una velina, vuole un regista che lo faccia ridere; soprattutto che «due così nella vita reale non starebbero mai insieme» — laddove la domanda è marzulliana: viene prima la vita o il cinema? Le fughe sull’altare o Il laureato? Ma è un discorso troppo lungo.

La gente con cui litigo è gente che ha trovato bello l’insopportabile Away We Go (nel nostro paese di deficienti distribuito come American Life), indipendente-americano-che-fa-l’europeo scritto dal notoriamente simpatico Dave Eggers cui il livornese s’ispirerebbe (s’ispira invece a un bel romanzo di un altro livornese, La generazione di Simone Lenzi). È gente che ha trovato bello l’insopportabile Once, europeo-che-fa-l’indipendente-americano da cui il livornese avrebbe preso l’idea dei due cuori e una chitarra. È gente che «La prima cosa bella fa cagare», e va bene, avrà i suoi limiti, ma no, sui vostri leonardodicostanzismi da festival non vi seguirò mai.

Questo per dire che io so qual è il problema. A questa gente fa strano vedere un film sul non poter avere figli in un paese di mammoni (non è così scontato). A questa gente fa strano perché è ormai abituata a film “di costume” su precariati, Caste, Crisi tutti uguali. Io so perché sono tutti uguali. Perché li pensa un soggettista non accreditato che di cognome fa Veltroni e di nome Uolter. Non è scomparso, Uolter. È lui che pensa i film italiani di questi anni, e visto che il ministero fa produrre più film che a Bollywood c’aveva troppo lavoro, per stare anche in parlamento.

Stamattina ho visto il nuovo Soldini. Si chiama Il comandante e la cicogna, titolo pieno di appeal per un film che non vedrà manco il giro delle Cantine Isola, enoteca nella Chinatown milanese di gente che vive nella cerchia dei bastioni vestita di feltro e di birkenstock con Internazionale sotto il braccio. C’è la Gerini che fa il fantasma in bikini di una morta in pedalò; la Rohrwacher artista incompresa, forse perché non sa disegnare manco una margherita; Zingaretti che in quanto fratello di futuro presidente di regione deve fare l’avvocato che inciucia coi polverini (nome di categoria).

C’è, soprattutto, la statua di Garibaldi che parla. Parla – con la voce di Favino – di Italia, di bellezza, di senso civico andato perduto, di degrado culturale. È ovvio che è stata un’idea di Veltroni. È l’ennesima variazione sul tema “discorso di Spello”, il nostro stay hungry, stay foolish. Ce lo porteremo fin nella tomba. Per risorgere, democristiani, in bikini.

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