Paolo Virzì e l’Italia che (non) sbaglia

Questo è l’ennesimo post sulla morte del cinema italiano, della commedia italiana, degli autori italiani, quindi potete non leggerlo. Questo era l’attacco preventivo. L’attacco vero è: Paolo Virzì non ha mai sbagliato un film. Ha commesso degli errori in più …Leggi tutto

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Questo è l’ennesimo post sulla morte del cinema italiano, della commedia italiana, degli autori italiani, quindi potete non leggerlo. Questo era l’attacco preventivo.

L’attacco vero è: Paolo Virzì non ha mai sbagliato un film. Ha commesso degli errori in più di un film, ma sbagliarne anche solo uno, quello mai. Ricordo le litigate su My name is Tanino, pure sull’assai accidentato N (Io e Napoleone), per non dire dell’ultimo Tutti i santi giorni, film immenso e non capito da gente che invece capisce benissimo furbate finto indie come Away We Go di Sam Mendes.

Domani esce Il capitale umano, ennesimo grande film. E non solo per esclusione, se consideriamo che il migliore titolo italiano della stagione cominciata a settembre è il memoir Che strano chiamarsi Federico di Ettore Scola, anni ottantadue.

Ovviamente ho già sentito la gente di cui sopra lamentarsi. «Un italiano che gira un romanzo americano, mah» (Il capitale umano è tratto dal libro omonimo di Stephen Amidon); «Uno che per fare l’autore torna alla struttura Rashomon, che novità» (la storia, due famiglie dell’operoso nord legate da un incidente, è raccontata in tre capitoli seguendo i punti di vista di tre dei personaggi principali); «Ah, Il capitale umano, il wannabe Chabrol de noantri» (Il capitale umano è di gran lunga più bello di quasi tutti i film di Chabrol degli anni duemila, naturalmente super stellati nelle schedine di quella solita gente lì).

Il capitale umano è un grande film non solo perché per due ore vedi attori italiani recitare benissimo, quell’effetto «sembra quasi di non essere in Italia» con cui troppo spesso valutiamo i ristoranti, i libri, qualunque cosa ci porti lontano da crogiolamenti ombelicali a proposito di grandibellezze decadenti. C’è Fabrizio Bentivoglio tamarro brianzolo con hogan e orologio patacca e velleità di parvenu; Fabrizio Gifuni che occhieggia non stupidamente il Gassman di C’eravamo tanti amati; Valeria Bruni Tedeschi che è una Blue Jasmine con l’Adda al posto dell’Hudson; e poi questa giovane meravigliosa Matilde Gioli, in assonanza nel cognome con Jolie, che infatti ricorda ai fulgidi esordi di Scherzi del cuore.

Il capitale umano è un grande film perché racconta l’Italia di oggi più di qualunque Servillo su una qualunque terrazza romana, un paese grottesco venato di thriller sociale, perché è lì soltanto che possiamo finire.

Il capitale umano è un grande film perché commette degli errori, anche mettere la battuta-didascalia sul finale (non spoilero, c’è pure nel trailer: «Avete scommesso sulla rovina di questo paese, e avete vinto», detto da Bruni Tedeschi che ha barattato i dvd di Carmelo Bene dell’amante spiantato ma intellettuale con i brillocchi del marito ricco), ma non sbaglia mai.

Direte: che cosa c’entrava l’attacco preventivo? Ma no, non lo direte, l’avete capito.

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