Hugh Grant e la democrazia stropicciata

L’ultima volta che ho intercettato Hugh Grant sarà stato un mese fa, a tardissima sera, in un qualche anfratto digitale, recitava insieme a un grizzly di madre ignota e a un cavallo di nome Sarah Jessica. Ricordo, in tempi …Leggi tutto

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L’ultima volta che ho intercettato Hugh Grant sarà stato un mese fa, a tardissima sera, in un qualche anfratto digitale, recitava insieme a un grizzly di madre ignota e a un cavallo di nome Sarah Jessica. Ricordo, in tempi di educazione sentimentale dei maschi etero della mia generazione, che il modello era lui: tanti ambivano ad essere quel che l’Ugo era in About a Boy, Notting Hill non era roba da femmine perché c’era Ugo il libraio, l’Ugo era il tipo «stropicciato», si diceva allora, un cachemirino smesso buttato su una poltrona, prima che le quotazioni in ribasso del testosterone fossero completamente vendute al metrosessualismo. Poi l’Ugo è morto.

In queste ore si parla (poco) del suo intervento al Forum europeo sui new media e altri punti all’ordine del giorno assai difficili. Diceva cose contro Berlusconi. Da Portobello Road alla legge bavaglio. Dai Partridge Family ai pericoli della democrazia. Nessuno ha avvisato Grant che nel frattempo c’è un nuovo governo, che siamo diventati tutti molto seri, che ti inseguono per tutto l’isolato per darti lo scontrino, che per il cda della Rai sarà probabilmente riesumato Giolitti. Del resto, in tutto il mondo siamo ancora l’Italia delle vedove siciliane, di «Volare, oh oh», delle Madonne in processione e dei reggiseni a balconcino. Di pizzo. (Non è un prodotto inserito a fini promozionali.)

Che poi non è neanche colpa dell’Ugo. Che cosa ne poteva sapere lui. Gliel’avrà suggerito Martin Schulz dal banco a fianco. In fondo, l’Ugo era stato accreditato come semplice inviato di «Cavalli e segugi».

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