Beyoncé, o del perché (non) vogliamo essere perfetti

Venerdì 13 dicembre è stato il giorno in cui sono morte tutte le popstar. Tutte tranne una: Beyoncé Knowles. Come saprete, la tizia, zitta zitta, ha fatto uscire su iTunes il nuovo album, con tanto di video già girati …Leggi tutto

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Venerdì 13 dicembre è stato il giorno in cui sono morte tutte le popstar. Tutte tranne una: Beyoncé Knowles. Come saprete, la tizia, zitta zitta, ha fatto uscire su iTunes il nuovo album, con tanto di video già girati per ogni singola canzone, così, senza comunicati stampa, annunci preventivi, countdown, diatribe tra sorcini isterici sui social network. Ne saranno stati a conoscenza giusto parenti e amici stretti, ma immagino li abbia costretti a fare voto di silenzio che manco Woody Allen e Nanni Moretti messi insieme.

Le altre (Lady Gaga, Katy Perry, quel che resta di Britney Spears) si sono affannate per mesi, spendendo decine di milioni di dollari, per sfornare il singolo più atteso, l’esibizione più pirotecnica, il video in cui squartavano conigli sotto lo sguardo vigile di Marina Abramović. Beyoncé, postando con un clic filmini girati con l’iPhone, in poche ore le ha polverizzate tutte.

La signorina Knowles, ora signora Carter dal cognome del marito Jay-Z, è sempre stata decisamente antipatica. Figlia di mega-produttore che l’ha messa sotto contratto a sei mesi (come sta facendo lei con la figlia), già abbastanza gnocca di suo, ricca, gran voce che diavolo, è proprio vero che piove sempre sul bagnato, endorsement della famiglia Obama, mica di Italo Bocchino, è una di quelle che non vorresti mai avere come sorella, amica, collega, una di quelle per cui la spinta alla perfezione è la normalità, come per noialtri fare l’abbonamento mensile ai mezzi pubblici.

Beyoncé è antipatica, e il mondo è suo. A nessuno frega delle sweetheart, o peggio delle freak: tutti vogliono vedere che la perfezione può esistere, è la scusa migliore per non raggiungerla mai. Ora mi auguro una sola cosa. Che l’ex signorina Knowles scriva il nuovo Open di Andre Agassi. Un’autobiografia in cui racconti che lei perfetta non ha mai voluto esserlo, che suo padre la costringeva a sgolarsi sugli standard di Ella Fitzgerald quando lei voleva solo giocare con i Mini Pony, che di cantare le è sempre fregato poco, avrebbe preferito passare la vita a fare shatush. Anzi, forse no. Sarebbe il libro dell’anno. Venderebbe milioni di copie. Gli darebbero il Pulitzer. Insomma, anche stavolta sarebbe troppo perfetto.

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