Un invito (e una gloriosa resa alla realtà delle cose)

«Chi legge questa rubrica», direi se fossi un editorialista francese del 1899, sa che parlo con reticenza delle cose che faccio nella vita diciamo reale, nella quotidianità, per quanto letterariamente interessanti possano essere. Cinque sei giorni fa per …Leggi tutto

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«Chi legge questa rubrica», direi se fossi un editorialista francese del 1899, sa che parlo con reticenza delle cose che faccio nella vita diciamo reale, nella quotidianità, per quanto letterariamente interessanti possano essere. Cinque sei giorni fa per esempio, a Piazza del Popolo, ho assistito alla scena di un piccione divorato da un cane, non so se vivo o già morto, e non ne ho scritto nemmeno una riga.

Ma oggi mi trovo nella condizione di non poter dominare un conflitto allucinatorio, tutto interiore e quindi tutto esteriore, tra le forze opposte di ordine ed emotività, razionalità del reale e razionalità dell’immaginabile e, viceversa, irragionevolezza del reale (sempre costante) e irrazionalità del manifestatamente immaginato.

Ecco, quello che avete appena letto è il motivo della mia riluttanza a parlare sinceramente di me. D’altra parte, credo ragionevolmente che l’oggetto o meglio la causa di questo delirio sia alquanto nobile, e voglio metterne a parte chi avrà la pazienza di seguirmi.

Il motivo della impossibilità di una mediazione dialettica tra le forze che dominano la mia idea odierna del mondo è che mancano poche ore all’avverarsi di un evento (fisico, storico) che mi sono messa in testa di organizzare e direi anzi di provocare, con la mia azione e la mia volontà, cosa che solitamente evito come la peste, preferendo di norma subire gli eventi per poi lamentarmene. Domani, infatti, io e tre tra le più pregevoli persone ci confronteremo con la nostra esperienza dell’opera di Carlo Emilio Gadda.

Farlo o non farlo? Non farlo, mi diceva la mia voce più potente: non sai che l’attenzione degli dei non va provocata? Non sai che quanto più qualcosa si accosta al tuo centro quanto più gelosamente va protetta dal mondo? Non sai che dopo una certa ora Roma è pericolosamente vera, reale, compatta? Che l’attraversamento urbano, già di per sé complicato e insidioso, quando è abbinato a uno scopo di carattere intellettivo, a una finalità gnoseologica che sfiora i gangli della tua emotività più intima, potrebbe essere fatalmente suscettibile di errore? Umano! E che, vogliamo lasciare alla concatenazione casuale dei fatti, lucidamente ottenebrati come sono, la sovranità di determinare con tanto larga autonomia la direzione delle cose? Ah, certo, cominciamo con l’offrire il fianco alla realtà per i suoi abusi proprio oggi, proprio con la spietata messa in scena, disponibile allo sbranamento, della potenza puramente erotica, dionisiaca e perfetta della scrittura di Gadda!

No, no.

E allora perché lo faccio? Credo mi sia successo ciò che accadde agli iconoclasti dello splendido racconto di Heinrich Von Kleist, Santa Cecilia o la potenza della musica, che vanno ad incendiare una cattedrale e poi sentendone provenire la musica cadono in un’estasi folle e si mettono a ululare «come leopardi e lupi» un Gloria in excelsis al gelido firmamento.

Ho ceduto, ebbramente. La mia musica disgelante è stata la visione dello spettacolo maestoso che Fabrizio Gifuni, per la regia di Giuseppe Bertolucci, ha portato in scena: L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro.

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È uscito in cofanetto da Minimum Fax insieme a ‘Na specie de cadavere lunghissimo, studio scenico su Pasolini, col titolo Gadda e Pasolini: antibiografia di una nazione, perciò potrete godere della sua geometria tirannica, angosciosa, proveniente da un teatro delle esattezze e degli incastri, e della sua materia plastica e fantasmagorica data dalla incredibile lingua di Gadda, che si mischia con quella di Shakespeare, recitata dalla (attraverso la?) voce insolente e magnifica di Carmelo Bene cui Gifuni, con grazia e rigore, presta lo spazio di corpo e palcoscenico.

Non bastasse, a risuonare note di attivazione del metabolismo-base con cui tengo distante il precipitare delle cose, ci si è messa l’armonia inattuale e perciò sempre attuale della scrittura di Michele Mari, che in Io venìa pien d’angoscia a rimirarti (Cavallo di ferro) sceglie di raccontare nell’italiano del 1813 lo sguardo del fratello di un certo Tardegardo Giacomo, 14enne di Recanati, che selvaticamente lupesco, pallido, studia forsennatamente con «l’incubo della Madre alle spalle» la segreta concatenazione di tutte le cose, di come si aggrovigliano (s’inturcinano, direbbe CEG), nella luminosissima sericità della protumida luna.

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Così ho chiamato loro, i più bravi, a partecipare di questo rituale di provocazione delle deità nascoste sotto la nuda realtà, e loro hanno incredibilmente accettato, concordando di condividere con noi tutti i loro brani preferiti dell’opera di Gadda.

Quanto a me, nel panico creato dalla necessità cerimoniale di comporre il caos, di sedare lo choc della simultaneità di intensità emotiva gaddiana e di proliferazione in background dello stupore creato dalle sudate carte, sbranata come Adone «dalle cagne di Diana, nella tragica impossibilità della conciliazione degli opposti» di cui parla Michele Mari, forse mi lascerò dilaniare dall’altro che è me stessa. Forse scapperò, trasformandomi in donna mannara. Forse sverrò.

A moderare le tensioni emotive che se ne sviluppano e a cercare di ordinare secondo schemi di intelligibilità la barbara potenza della gioia-angoscia intellettuale che ne scaturirà, la bravura e la lucidità di Massimiliano Manganelli, critico e studioso di Walter Benjamin e divoratore gaddiano e accompagnatore delle fila concrete di questo evento da me voluto, della cui realizzazione ringrazio Vittorio Macioce e il Festival delle storie, come ringrazio Francesco D’Isa, autore della più gaddianamente perfetta locandina si potesse mai fare.

Così domani chi vorrà e chi crede nella realtà delle cose ci trova – Gifuni, Mari, Manganelli, me e le mie allucinazioni – al ViGaMus, in Via Sabotino 4, alle 6 di sera.

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