Il martirio e il riso: lettere di due tipi d’amore (anzi tre)

Se si parte dall’assunto che dal punto di vista antropologico tutte le follie hanno pari dignità tra loro e persino rispetto al concetto di sanità stabilito dall’asticella del tempo e dei valori non trasmutati, e dando per scontato che c’è …Leggi tutto

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Se si parte dall’assunto che dal punto di vista antropologico tutte le follie hanno pari dignità tra loro e persino rispetto al concetto di sanità stabilito dall’asticella del tempo e dei valori non trasmutati, e dando per scontato che c’è un che di folle in ciascuno di noi, bisogna anche concludere che niente di ciò che è folle ci è estraneo, e che è solo di stile e di vibrazione, semmai, la differenza tra l’alienazione lucida, mettiamo, e il delirio allucinatorio, tra la psicosi mistica e la schizofrenia dell’innamorato.

A ciascuno sta scegliersi la propria. Eppure, eppure…

«Tu sei amata da un alienato», ho trovato scritto in questa raccolta di lettere, uscita per la prima volta in Italia nel 1926. Il loro esaltato autore è quel Léon Bloy che verso il 1870 si era procurato una cattivissima reputazione come editorialista di articoli anticlericali aventi come scopo la disintegrazione del buon senso che era per l’epoca il senso comune. Bloy aveva poi fatto di più: si era visto cadere sulla testa il fulmine dell’illuminazione, e aveva continuato ad attaccare la morale borghese dal punto di vista, però, dell’Assoluto, guadagnandosi quindi la fama di integralista cattolico, occupato a distruggere il senso della «dignità delle anime mediocri», questa «sinistra derisione del mio Redentore crocifisso».

Il 28 agosto 1889 conosce una donna, e il giorno dopo le scrive la prima lettera: «Signorina, Mi sento oggi invincibilmente spinto a scrivervi», e prosegue con l’elenco dei motivi per cui è solo, infelice, tormentato, privo di conforto, seguito dalla certezza che lei sia stata mandata dalla provvidenza.

Le lettere che seguono mischiano amore, catechismo e lamento: sono infinite variazioni sul tema di un Giobbe innamorato costretto a portare mille volte la croce. Il delirio sapienziale tocca il suo vertice nella volontà di convertire l’amata, che è luterana: «Mia piccola protestante bionda», esordisce a volte pazientemente prima di prodigarsi in lunghe dissertazioni teologiche sullo Spirito Santo. Non può amare una miscredente, un’infedele. Fino a che lei un giorno, in una lettera che non leggiamo ma che si evince dalla successiva di lui, gli rivela di essere stata visitata dalla Madonna. La reazione di Léon è indescrivibile: vedi che ti sono stato mandato da Dio?

Ci sono due tipi di amore, le dice: uno è il nostro degli umani, ed è sporco e porta al delitto e al dolore; l’altro è, manco a dirlo, quello di Dio e per Dio. Quando due sono prima di tutto amanti di Dio, possono mutare il segno negativo dell’amore terrestre – e il seguito lo conosciamo tutti. Lei, nel silenzio delle lettere che non leggiamo, sembra scalpitare per un contatto, per un abbraccio. Lui duramente risponde «Io non sono come gli altri uomini», vale a dire non toccarmi, non desiderarmi, «Perché la donna che ama un reprobo non deve aspettarsi di essere accarezzata».

Inoltre bisogna sbrigare affari terreni: prima di tutto, trovare un lavoro: ora è costretto a «correre per la città» tutti i giorni in cerca di amici che gli facciano un prestito o di committenti di disegni che non riesce a finire. Si prende la febbre, ha fame, si mette a letto per giorni. A volte vuole invitarla a mangiare a casa sua ma non sa se riuscirà a mettere insieme pane e acqua. È la sua ossessione: poter avere dei soldi per scrivere il suo romanzo, cioè trovare un lavoro «breve» che gli consenta di non lavorare, e poi sposarla. Ho vissuto una vita, dice l’innamorato e l’affamato in lui, come se fossi stato privato di un’eredità: dove sono finiti i beni che mi spettavano? La casa che era di mio padre e mio padre stesso? Chi sta usando i soldi che erano i miei, quali mascalzoni? A quali «porci infami» devo invidiare la vita?

Non si toglie la vita non solo perché è peccato mortale, ma anche per elevare la sua pena a martirio: questo resistere non ha nulla a che vedere con la qualità di alcuni materiali di fronteggiare la tensione e la pressione e l’attrito e in genere di tutte le forze che unite alla durata sarebbero in grado di schiantarli; è piuttosto una coazione alla sofferenza, un’insistenza, una persistenza nel gonfiore, nell’eccedenza del dolore. Fallo continuare ancora un po’, dice allora l’amante tormentato dalla vita all’amata che vorrebbe vivere, perché tutto sia infine più fulgido.

Jeanne sembra ai suoi occhi la banconota totale, l’angelo del risarcimento, la fattura da stornare. Vuole amore, soldi, lavoro, amicizia, e tutto questo lo vuole da Dio, e lei è una specie di Dio. «Poverina», le dice, «tu volevi vivere e ridere e hai trovato un disgraziato», «Sono triste naturalmente così come si è piccoli o si è biondi. Se tu diventi mia moglie dovrai curare un malato». Ama il dolore, vuole «essere sventurato»; alle lettere spensierate di lei è incapace di ridere: «Tu hai incontrato un leone che ti ha portato nella sua tana».

Alterna la volontà di educarla al più duro catechismo a quella di essere da lei umiliato, nel trionfo esplicito del suo masochismo dispotico: «Nel mio pensiero, nel fondo del mio cuore, sono ai tuoi piedi, come un cane, come un povero essere che potresti maltrattare, calpestare e che ti direbbe grazie». E più avanti: «Non potrei essere molto felice, se tu mi rispettassi troppo».

«Ti amo come un insensato», ammette.

La storia andrà come deve andare.

Ma ce n’è un’altra che la include e forse racchiude, ed è grazie a questa seconda se ho potuto accedere alla prima. Il libretto che ho in mano è la prima edizione, stampata a Roma nel 1926 da Angelo Fortunato Formiggini, editore ebreo modenese, galantuomo di scelte eleganti e coraggiose (nel 1909 pubblicò Darwin).

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Perché un ebreo abbia deciso di pubblicare il libro di Bloy ce lo spiegano queste righe:

«[le mie pubblicazioni si propongono di] aprire gli occhi all’umanità che sta tuffandosi a capofitto in un nuovo fervore mistico, affinché questo fervore valga ad affratellarla  di più, non a separarla in più profonde correnti di odio, perché tutte le religioni, se hanno un contenuto morale (…), rappresentano ciascuna uno sforzo egualmente intenso ed equipollente per scrutare e per interpretare il supremo e imperscrutabile mistero dell’essere; poiché, se il mio temperamento pagano e realistico mi fa poco propenso verso le religioni costituite, non m’induce affatto a combattere il sentimento religioso in astratto, come quello che può fare l’umanità migliore e più fraterna».

Di Formiggini ci resta anche una lettera, datata 29 novembre 1938:

«La decisione che ho presa (lo vorrà riconoscere) era la sola che potesse salvare
la mia dignità
2° la mia famiglia
3° la mia azienda
4° giovare alla mia Patria
5° giovare all’Umanità»

Il giorno stesso Formiggini si suicida gettandosi dalla Ghirlandina, la torre campanaria del Duomo di Modena. Dieci giorni prima il governo fascista aveva emanato i Provvedimenti per la difesa della razza italiana.

Le sue edizioni recano in prima e in quarta di copertina il motto AMOR ET LABOR VITAST, l’amore e il lavoro sono vita, cui fa da contrappunto il motto stampato in seconda e in quarta RISUS QUOQUE VITAST: anche il riso lo è.

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