Contro i figli (cioè a loro favore): gli scrittori da citare per difenderci dalla bambinocrazia

«Dov’è il tuo perverso polimorfo?». Ecco una cosa originale da dire la prossima volta che entrate in casa della coppia di coniugi vostri amici che non vedono l’ora, come sempre, di sciorinarvi le innumerevoli certificazioni della bellezza, dell’intelligenza, dell’astutezza …Leggi tutto

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«Dov’è il tuo perverso polimorfo?». Ecco una cosa originale da dire la prossima volta che entrate in casa della coppia di coniugi vostri amici che non vedono l’ora, come sempre, di sciorinarvi le innumerevoli certificazioni della bellezza, dell’intelligenza, dell’astutezza e della singolare e superiore precocità del loro pargolo. Pastarelle in una mano, e perverso polimorfo nell’altra. Se si risentono, potete tirare fuori i Saggi di Freud sulla sessualità e discolparvi di ogni accusa di malizia: a meno che i vostri ospiti non vogliano imbarcarsi in una lunghissima discussione se la psicoanalisi sia o no una scienza esatta.

È così facile scandalizzare le anime belle. Fin troppo, se si pensa che in un’epoca come l’attuale è considerato gesto massimamente rispettoso della supposta non perversità polimorfa dei propri bambini sovraesporli in pose riccamente effettate mentre espletano le loro quotidiane ma stupefacenti funzioni, tutte riassumibili sotto la voce “crescere”, e darli in pasto al flusso indifferenziato della rete-grande-come-il-mondo, in onore alla pratica che solo una ventina di anni fa mieteva vittime esclusivamente tra chi, in cambio di un timballo e di un limoncello, era costretto a guardare ore di diapositive al ritmo di una ogni tre lunghissimi minuti pieni di illustrative informazioni sul tipo di quelle che usava sui pullman per Assisi. Instagrammati, photoshoppati, mosaicizzati, marmorizzati e spiritati, oggi i bambini-vittime esigono loro malgrado attenzione e gradimento: guai a non likare la pappina e la bicicletta, il primo disegno e la prima peretta, l’abbigliamento da neve e il costumino (tutti oggetti che il mercato vomita nutrendosi proprio della tenera carne dei vostri fanciulli). Non voglio addentrarmi in questo discorso che mi rende forse troppo gravemente severa. Meglio chi disse «Quei figli che non ho voluto, sapessero la felicità che mi debbono!», che poi era Cioran. Che a sua volta, forse, echeggiava Schopenhauer: «Non mi sono sposato per pietà verso i figli che avrei potuto avere».

È da questo assunto che prende le mosse Ceronetti quando ne La lanterna del filosofo scrive:

«Amate con ritegno e cautela l’infanzia. Restituisce l’amore solo apparentemente, perché l’amore è un sentimento maturo che l’infanzia non capisce. (Restituisce con profondità, invece, l’odio, nato dalla paura, sentimento infantilissimo, che sente e capisce molto bene».

Ritegno e cautela, quindi, non tanto contro, ma a favore dei bambini, in considerazione e in rispetto della loro natura. Ma come si fa a pensar male dei bambini??? Bisogna essere degli insensibili. Siamo sicuri? Quanta insensibilità ci vuole, invece, a farne dei tramiti della nostra forza? Dei conduttori delle nostre nevrosi? Ho visto padri attraversare la strada fuori dalle strisce mandando avanti i propri figli meno che seienni, e tutto per suscitare nel guidatore un ineffabile senso di colpa e una cocente vergogna, tentativo confermato dai gesti e dallo sguardo che ne segue. Guai anche a dire di non volerne, di non avere l’obiettivo di metterne al mondo: si fa presto a passare per mostri, inutile poi spendersi nelle più pacate e ragionevoli spiegazioni che non averne può essere in alcuni casi un grande gesto d’amore nei loro confronti. Niente, da questo orecchio, noi famigliopatogeni italiani, non ci sentiamo. «Bambino-crazia: chi anima e domina l’Italia, e la ossessiona, sono immutabilmente i bambini», scrive il fobantropo Guido Morselli in Roma senza papa.

«Se vi è impossibile non amarli nascondetegli, per carità, una verità che sarà infallibilmente usata contro di voi», dice Ceronetti, intaccando il monolite inscalfibile della bontà ontologica, della innocenza primigenia dell’infanzia.

«Quel che infradicia d’amore è la debolezza dell’infanzia. Invece è un Sisto V, è un colosso libero da freni morali: è l’uomo famelico, antropofago, incestuoso, l’uomo naturale, cioè criminale», continua, e cita quel meraviglioso fiore del male dal titolo Le vedove in cui Baudelaire, come al solito, va al cuore del problema: «perché il bambino è turbolento, egoista, senza dolcezza e senza pazienza; e non può neppure, come il puro animale, come il cane o il gatto, servire da confidente ai dolori solitari».

Se i vostri ospiti la prendono male – il che volendo dire che non capiscono niente implica che non hanno nemmeno il senso dell’umorismo – giocatevi il tutto per tutto, e leggete loro questo irresistibile passo di Giorgio Manganelli:

«Riconosco che il bambino è una forza economicamente rilevante, che è un cliente importante, che per lui si fabbricano oggetti dissennati e costosi. (…). Ma non vorrei che si trascurassero alcuni inconvenienti propri dei bambini, che fino a oggi la scienza non è riuscita ad eliminare. Sono rumorosi, incomprensibili, sporchi, invadenti, ignoranti, vittimistici, ricattatori e parassiti. Sono conseguenza indesiderata di deliziosi, furtivi amori, e decennale impaccio ad una serena vita domestica. (…). Non è qui sede per esporre i princìpi dell’erodismo, o l’ideologia della Strage degli Innocenti; basterà dire che esso si propone di scoraggiare i bambini ad esser tali in modo smodato, o troppo a lungo».

Se non ridono su “ignoranti”, cambiate amici, e prima di andarvene regalate loro un contraccettivo a scelta.

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