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Seconda Sfumatura. Dell’abbigliamento della stagista

Quando sono arrivata in ufficio, devo ammetterlo, ero molto in difficoltà. A parte l’annosa questione della chiavetta del caffè di cui ho già parlato, vivevo un altro disagio, quello dell’abbigliamento. Non sapevo proprio come vestirmi. All’università vai vestita benissimo …Leggi tutto

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Quando sono arrivata in ufficio, devo ammetterlo, ero molto in difficoltà. A parte l’annosa questione della chiavetta del caffè di cui ho già parlato, vivevo un altro disagio, quello dell’abbigliamento. Non sapevo proprio come vestirmi.

All’università vai vestita benissimo o malissimo a seconda di quanto poco hai dormito la notte precedente. Mi ero fatto l’idea che una volta entrata nel mondo dei grandi, in ufficio le cose sarebbero state differenti.

Inizialmente mi lanciavo in morigerati tubini alla Margaret Thatcher, variavo dal grigino depresso al beige sconsolato, passando per tutte le sfumature della tristezza sartoriale. Una stagista vestita da prepensionamento, insomma.

Nemmeno l’estate mi ha aiutato a dare una botta di vita al look. Look che, peraltro, viene quotidianamente scandagliato da colleghi più esperti, che cercano di spingermi verso outfit più femminili, trasgressivi, audaci, o semplicemente cercano di convincermi a una messa in piega fatta come Dio comanda.

Per mesi sono orgogliosamente sopravvissuta a questa specie di mobbing del fashion, rischiando ogni mattina di perdere il tram, nel tentativo di dare una botta di vita al mio look, abbinando chincaglieria di plastica a ballerine raso terra, spillette e braccialetti della felicità (sì quelli di cotone).

Poi, un giorno, la svolta: una maglia con il collo fatto di borchie. Maglia il cui potenziale avevo inizialmente sottovalutato, rubricandolo come un acquisto incauto fatto un pomeriggio in cui mi annoiavo molto. Invece quei due chili (le borchie pesano) di ferraglia e cotone, hanno costituito per me una rinascita, il punto zero del mio guardaroba: sono stata improvvisamente giovane.

Così, giorno dopo giorno, ho riconquistato i punti-stagista che mi ero malamente giocata nei mesi precedenti: ho accorciato le gonne e messo tacchi più alti.

Ogni tanto, però, al mattino, mentre mi vesto, dalla scarpiera mi fanno l’occhiolino le mie ballerine ortopediche da prepensionamento, tristi in un angolo. Io allora mi volto, trattengo una lacrima amara e penso che alle vecchie amiche non si smette mai di voler bene. E che un giorno le rimetterò portandole a spasso per l’ufficio in tutta la loro fierezza: il giorno in cui me ne andrò in pensione sul serio.

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