Primo giorno di scuola - mercedes viola

Il mio primo giorno di scuola

I preparativi con mia madre e l'attesa del lunedì giusto. La cosa fu abbastanza tollerabile fino a quando la maestra si arrabbiò con N.

Era l’anno 1984 e l’Argentina indossava da poco la democrazia. Ogni ricordo di quell’anno ha l’aria frizzante ed è illuminato da un sole autunnale.

Quando le vacanze estive erano quasi finite, mia madre ci portò a “Casa Tia”, un grande magazzino di articoli di cartoleria. Il profumo di quel luogo era inebriante. Ero convinta che fossero le gomme da cancellare, bianche e morbide, a profumare così tanto, ce n’era un cesto pieno, grande come una piscinetta, nel quale immaginavo di tuffarmi.

Camminavo accanto a mia madre tra le casse piene. C’erano matite nere, colorate, scatole di pennarelli di ogni marca e misura; bustine con le carte colorate, opache e brillanti; e poi le biro, i quaderni, la colla, i righelli, i compassi, le etichette adesive per i quaderni. Quaderni a righe, quadretti, bianchi, da calligrafia, copertina dura o morbida. C’erano la carta, le mappe e i mappamondi.

Arrivati a casa col bottino, preparavamo la cartella, mia madre foderava i quaderni con le carte colorate e scriveva il mio nome e cognome sull’etichetta, con una calligrafia elegante ma slanciata, senza fronzoli. Il mio nome scritto da lei mi sembrava bellissimo.

E dopo aspettai l’arrivo del lunedì giusto. Era una giornata radiosa e il caffè latte con pane burro e dulce de leche di quella mattina era più buono del solito, come succede sempre quando mangio mentre sono molto felice. Dopo pranzo, all’una, sarei andata a scuola, ogni giorno, fino alle cinque e mezzo del pomeriggio.

La classe era al piano terra di un edificio antico, i tetti e le finestre erano altissimi, più di sei metri, che di sicuro erano solo due e mezzo, ma si sa come funziona con i ricordi. La maestra mi sembrava di due metri e lo era veramente. Era alta come mio padre e molto magra, aveva le gambe dritte, capelli castani un po’ ricci, e la voce troppo acuta in confronto alla voce calda di mia madre alla quale ero abituata.

La maestra ci distribuì nei banchi in base all’altezza, i più bassi davanti e i più alti dietro. Dietro si stava bene, la voce stridula arrivava più affievolita e si aveva un panorama della situazione totale.

La cosa fu abbastanza tollerabile fino a quando la maestra si arrabbiò con N. Un bambino alto, capelli castani, sorrideva sempre e aveva lo sguardo sfuggente dovuto alla sua timidezza. Non ricordo perché lo sgridò, solo ricordo che lui bagnò i suoi pantaloni mentre la maestra lo mandava a mettersi in piedi nell’angolo in fondo alla classe, in punizione. Ma alla maestra questo non la intenerì, e lo lasciò là in piedi per il resto dell’ora, con i suoi pantaloni grigi dell’uniforme sempre ben puliti e stirati, tutti bagnati di pipì.

Nessuno di noi rise di lui, neanche C. che prendeva le cinghiate dal papà e aveva tanta voglia di menare, cosa che a volte si può fare ridendo. Io ero in fondo, e avrei voluto tenergli la mano, ma non si poteva. Almeno guardarlo per fargli compagnia, ma pensavo che così bagnato uno sguardo l’avrebbe ferito ancora di più. In un silenzio sepolcrale abbiamo lasciato finire quell’ora.

Sono passati più di trent’anni e ogni tanto N. mi ritorna in mente. Vorrei raccontargli che la maestra non cambiò, rimasse zitella, sadica e con la voce stridula. Vorrei chiedeeperdono, al bambino che si porta dentro, per non avergli tenuto la mano lo stesso, vorrei chiedergli all’adulto che è diventato se è guarito, se è riuscito a essere se stesso o se ha dovuto simulare di essere qualcun altro per non finire più in fondo all’angolo.

Oggi la maestra è anziana, indifesa come te a sei anni. Forse bagna il letto e qualcuno della nostra classe la cura di notte a pagamento, e mentre cambia le lenzuola non la sgrida.

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